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Una cella in due

lunedì 7 Marzo, 2011 | di Edoardo Peretti
Una cella in due
In sala
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Si ride un po’…alla fine
Il momento in cui la risata si è alzata più fragorosa in sala è stato durante i titoli di coda, grazie alla rassegna dei ciak sbagliati, in cui è evidente che attori e troupe si siano divertiti un sacco a girare questa scombinata e improvvisata commedia diretta dall’esordiente Nicola Barnaba e scritta da Enzo Salvi, protagonista insieme a Maurizio Battista: purtroppo però poco di questo divertimento è passato allo spettatore.

Salvi è un avvocato maneggione e truffaldino, denunciato dalla moglie resa vendicativa dalle corna subite: Battista è un disoccupato cronico, il quale per disperazione cerca maldestramente di rapinare una tabaccheria. I due finiscono a regina Coeli nella stessa cella, condivisa con uno psicopatico interpretato da un pessimo Massimo Ceccherini, e diventano grandi amici. Usciti di galera, le loro strade si dividono, le loro esistenze precedenti vengono capovolte finché inevitabilmente si ritrovano nel finale.
L’idea iniziale offriva una serie di spunti satirici solamente accennati e non approfonditi; fin qui poco male: è infatti evidente che obiettivo di Una cella in due non era essere una commedia di costume, ma far ridere senza troppe pretese, magari lanciando qualche frecciatina, senza però voler diventare una radiografia della società. Il problema è semplicemente che si ride poco. Non per colpa dei due attori, che riescono anzi a creare un po’ di empatia verso i due personaggi, quanto per colpa di battute risapute e non particolarmente brillanti, di una scrittura banale e soprattutto di una messa in scena sciatta e dilettantesca: le poche gags potenzialmente efficaci sono rovinate dalla mancanza di tempi comici e dall’incapacità di posizionare la cinepresa. Purtroppo il concetto che anche il cosiddetto film “senza pretese” richiede un minimo di scrittura, e che si eviti la sciatteria, sembra non essere recepito dal nostro cinema popolare.
Alcuni momenti, quelli romantici, introspettivi e patetici, sono indifendibili, mentre i pochi momenti godibili in cui si sorride sono quelli più vicini alla tradizione ruspante e dichiaratamente “becera” di un certo tipo di vecchio cinema comico italiano.
Le cose migliori arrivano grazie all’ambientazione carceraria, con i caratteri grotteschi, ironici, surreali dei detenuti. Purtroppo questa strada non è stata percorsa completamente, e il buon film comico che poteva nascere è solo una fugace comparsa in questa mediocre commediola.

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