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Gangor

martedì 15 Marzo, 2011 | di Nicole Braida
Gangor
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Choli Ke Pichhe (Dietro il corsetto)
Gangor, una donna indigena bellissima, si toglie il corsetto per allattare il figlio, mentre Upin, fotoreporter della nuova borghesia di Calcutta, le ruba un splendido scatto.

Il corsetto per le donne indiane è un simbolo di femminilità e anche di sensualità, ma nell’India ancora tribale, di cui Bollywood poco parla, resistono situazioni di grande povertà e disagio, dove la donna ha un ruolo estremamente marginale.
Il film di Italo Spinelli parla dell’emarginazione sociale e del gap che divide un mondo urbano che sta diventando ricco e uno rurale che invece è schiavo del suo passato. La storia è tratta da uno dei racconti più famosi di Mahasweta Devi, scrittrice bengalese che ha nella sua critica sociale si è avvicinata alla situazione della donna nella società tribale. E così, come altre esperienze di emarginazione, quella di Gangor non ha pari. La foto scattata da Upin viene presto comprata dai giornali e qualcuno del villaggio inizia a guardarla con disprezzo, come una donna che vende il proprio corpo e la propria dignità per qualche spicciolo. Come l’effetto di un domino, la povera sventurata è costretta ad allontanarsi, è lasciata dal marito, è trattata come un oggetto in ogni caso da svilire, maltrattare. Nemmeno Upin puo’ aiutarla, tale è l’inarrestabilità della legge tribale, ma soprattutto ciò che lo rende impotente è quel gap, che divide i tribali che non parlano hindi da quei borghesi che invece non parlano il dialetto rurale urdu.
Spinelli che ha conosciuto la Devi al Festival del Cinema Asiatico, che lui stesso organizza a Roma, ha scelto questa storia per raccontare l’India senza alcuna didascalicità, dando luce a quel distacco culturale interno al paese ma che è anche il nostro: di occidentali verso una cultura ancora piuttosto oscura. Il taglio registico, che segue un reporter come in Professione Reporter di Antonioni, rimane putroppo grezzo. Luci e atmosfere sono piuttosto artificiose per un’opera così al limite del documentario, dove i volti delle donne sono visti dall’obiettivo di un fotografo. A dispetto dell’estetica trionfa però l’etica: è grazie a queste parole che l’emancipazione puo’ seguire il suo percorso.

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