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martedì 12 Aprile, 2011 | di Redazione Mediacritica
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FilmForum Udine/Gorizia 5-14 aprile 2011

I Simpson, tra Sovversione e Consapevolezza Culturale
Che I Simpson non siano semplicemente un divertente intrattenimento ma che siano oggetto di studio politico e sociale è ormai cosa risaputa.

Nel corso dell’intervento The Springfield Files. The Simpsons Between Subversion and Culture-Industrial Institution, lo studioso Andreas Rauscher ha analizzato gli stratificati livelli di lettura del cartoon creato da Matt Groening, focalizzando l’attenzione sul ruolo critico e consapevole che la famiglia gialla più conosciuta al mondo ricopre nell’industria culturale contemporanea. Niente ha riassunto le promesse e le confusioni americane post-guerra fredda meglio dei Simpson, e tutto ciò che di rilevante e significativo è accaduto negli ultimi 20 anni è apparso nella serie.
Attraverso il sarcasmo e il gusto per il paradosso I Simpson si sono fin dagli esordi (la prima tv americana è datata 1989, anche se la primissima apparizione risale addirittura al 1987) resi appetibili e unici nel panorama mediale attraverso diverse chiavi di analisi e decodificazione; oltre alle più immediate, come l’accessibilità universale e la messinscena cinematograficamente sofisticata – con citazioni da Hitchcock a Orson Welles, passando per Kubrick e Scorsese – fra le righe emergono un’acuta satira politico/sociale in grado di commentare problemi raramente affrontati dalla “prime time tv” americana e una nuova forma di ironico realismo: le celebrità che appaiono doppiano le loro parodie, descostruendo così il loro status di icone e creando un metalivello che permette di ragionare sulla differenza fra film “reale” e animazione. Caratteristiche queste più implicite nelle prime stagioni e via via più chiaramente mostrate nel prosieguo della serie.
Oltre che nei confronti della “Storia” statunitense e di conseguenza mondiale, I Simpson riflettono su un’altra storia, quella dell’animazione. In particolare Itchy and Scratchy, vera e propria metaserie, citano momenti fondanti di questo tipo di cinema, come Steamboat Willie, esordio di Mickey Mouse, e gli stilizzati cartoni russi di regime (con Grattachecca e Fichetto ribattezzati Lavoratore e Parassita).
Satireggiando sulla loro stessa posizione nell’industria culturale, Groening e gli altri autori trovano persino nell’artista Banksy un insperato alleato. Come ha dimostrato Rauscher non è infatti un caso che una delle ultime e più controverse sigle – che lucidamente punta il dito contro lo sfruttamento minorile e l’abuso delle specie animali protette nei paesi orientali, dove di fatto vengono prodotti gran parte degli episodi e del merchandise –  sia stata firmata dal misterioso street writer di Bristol. Come a dire: Simpson e Banksy come vittime e al contempo carnefici di un meccanismo ambiguo ma inevitabile, descritto con causticità e forte consapevolezza.
I Simpson hanno creato un archetipo politico, e tra vent’anni serviranno come un attendibile archivio per inquadrare la Culture Industry degli anni ’90 e 2000. Non un semplice e banale show, ma un modello originale, un museo virtuale delle mode e delle tendenze della cultura pop e della società contemporanea.

Edoardo Peretti, Filippo Zoratti

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