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Il trono di spade – Season 1

lunedì 11 Luglio, 2011 | di Lisa Cecconi
Il trono di spade – Season 1
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Mappa e Spada
I luoghi remoti hanno leggi incrollabili. Persino i più selvaggi, persino quelli soltanto immaginati: sprigionano il fascino intatto delle cose lontane, palpitano insidie da belva in attesa e, senza una mappa, non li raggiungerete.

Poco importa che sia di palma o di papiro, incisa nell’argilla o scolpita nella mente. La mappa è l’esperienza che si fa oggetto, l’orizzonte di senso sull’orizzonte del mondo. Gli autori del fantasy lo sanno bene: una mappa è tanto più imprescindibile quanto più sconosciuto è il territorio. Per questo è immancabile in ogni saga che si rispetti. Dal Signore degli Anelli al ciclo di Shannara, da Le Nebbie di Avalon alla Spada della Verità, le coordinate spaziali di riferimento godono di un inviolabile “ius primae paginae”. Per quanto schematiche ed essenziali- ma non mancano eccezioni ipertrofiche- le mappe assicurano un’ideale coerenza dell’universo fantastico condiviso, permettendo a chi vi si accosta di orientarsi quanto basta nella realtà evocata dalla narrazione.
Dalla stessa necessità nasce la sigla di Game of Thrones, serie televisiva firmata HBO, trasmessa negli Stati Uniti a partire dal 17 aprile 2011. Ispirata ai romanzi fantasy Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, di George R. R. Martin, la serie ne traspone ambientazioni e vicende attingendo ad un immaginario inevitabilmente complesso. Se la mappa fornisce gli elementi che rendono l’ignoto più familiare, un compito analogo è affidato ai titoli delle serie tv, preziosi dispensatori di chiavi di lettura. L’intuizione di Angus Wall, che con il team di Elastic ne ha curato la realizzazione, è stata quella di fondere i due linguaggi per trarne un prodotto straordinariamente efficace.
La sigla di G.O.T. è una mappa a tutti gli effetti, rappresentata come se fosse inscritta sulla superficie interna di una sfera. Uno sguardo aereo e squisitamente mobile la percorre da un regno all’altro, rivelando le terre che li separano, attardandosi sui dettagli e anticipando i percorsi che i personaggi svolgeranno negli episodi. L’aspetto più suggestivo di questo disvelamento in fieri è l’invisibile forza motrice che lo permea in ogni dettaglio. Dove si posa lo sguardo, i regni sbocciano come fiori. Crescono e si innalzano con la grazia artificiale della computer grafic, sulle note eroiche di Ramin Djawadi. Il movimento ascensionale e quello rotatorio innescano il dinamismo e, se il primo rimanda all’ascesa delle casate protagoniste, ostinatamente in lotta per il potere, il secondo sembra echeggiare i cicli del tempo, una dimensione epica e inesorabile che sfugge al controllo dei singoli. Ne è l’emblema il sole ardente, in orbita al centro della sfera, racchiuso da un astrolabio sulla cui superficie sono incise le guerre tra i regni maggiori, attraverso i simboli dei loro sigilli: il drago, il cervo, il leone. Il racconto eidetico, ermetico e parziale, ammicca allo spettatore coinvolgendolo in profondità, omaggiando l’accurata estetica medievale e alludendo, al contempo, alla dimensione interattiva del gioco di ruolo. La mappa contiene tutti gli elementi, ma richiede concentrazione e spirito ludico. A volte li nasconde, a volte, imprevedibilmente, si capovolge. Del resto il gioco è una cosa seria.

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