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L.A. Noire

giovedì 1 Settembre, 2011 | di Mattia Filigoi
L.A. Noire
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Una serie tv interattiva
Qualche mese fa, il 3 giugno per la precisione, un inconsueto servizio del Tg2 parlava di un nuovo videogioco che sembrava proprio un film, e la giornalista arrivava addirittura a invocare una categoria degli Oscar dedicata esclusivamente alle opere videoludiche.

Superato lo shock dovuto al fatto che, per una volta, non si è parlato di videogiochi come principale causa di atti violenti negli adolescenti, ci si rende conto che il gioco in questione è L.A. Noire, ultimo gioiello della RockStar Games, casa di produzione già autrice di veri e propri capolavori videoludici come Grand Theft Auto IV e Red Dead Redemption.
Sviluppato dall’australiana Team Bondi e ambientato nella Los Angeles della seconda metà degli anni ’40, L.A. Noire mette il giocatore nei panni di Cole Phelps, ex marine dal passato misterioso e traumatico, eroe di guerra suo malgrado ed ora detective della polizia dalle belle speranze, alle prese con una serie di casi che lo porteranno a scoperchiare un calderone di marciume morale e corruzione che non risparmierà nessuno, lui compreso.
Perché L.A. Noire è stato accostato, più di altri, al mondo del cinema? L.A. Noire è un misto di avventura grafica e azione dove, principalmente, dovremo aiutare Phelps a raccogliere indizi sulle scene del crimine e poi, in base a questi, interrogare i sospetti e capire chi mente e chi no. Qui entra in gioco la tecnologia, ed è per questo che per L.A. Noire si è gridato al miracolo: Team Bondi ha sperimentato un particolare sistema di ripresa, il MotionScan, composto di trentadue telecamere che catturano da ogni angolazione, restituendo con impressionante fedeltà, ogni espressione facciale e movimento del corpo. Questa non è un’innovazione tecnologica fine a se stessa, come spesso accade nel mondo videoludico (e cinematografico), ma una componente essenziale del gioco: tutti i personaggi sono interpretati da attori professionisti, presi da serie televisive di successo (Mad Man, Californication, Fringe, Heroes…), che recitano una sceneggiatura di 2000 pagine ripresi dal MotionScan. Così, durante gli interrogatori, dovremo fare molta attenzione alle espressioni facciali dei sospettati. Chi conosce Lie to me un po’ è avvantaggiato: sguardi distanti, reazioni violente o troppo calme, movimenti delle sopracciglia e quant’altro sono ciò che dovremo cercare, basandoci sugli indizi raccolti. Ogni corretta interpretazione delle espressioni ci darà nuove informazioni; ogni errore, nel migliore dei casi, non ci porterà a nulla. La presenza degli attori e le loro perfomance diventano elemento portante del gameplay, perfettamente mimetizzate tra le molte sequenze filmate di raccordo, e concorre prepotentemente a dare a L.A. Noire quell’aspetto cinematografico tanto evocato dalla sezione marketing.
C’è poi la sceneggiatura. Lo script di Brendan MacNamara (anche “regista” del gioco) è particolarmente complesso e riuscito nel riprendere le atmosfere dei romanzi di James Elroy e dei film da questi tratti, nonché dei classici cinematografici come Detour di Ulmer e soprattutto Chinatown di Polanski. Ma la sua struttura, più che un film, ricorda una serie televisiva: L.A. Noire è composto da ventuno “episodi”, ognuno riguardante un caso specifico, con un titolo, un inizio e una fine propria, legati fra loro da tre linee narrative che si evolvono di caso in caso, dapprima apparentemente separate tra loro, poi intrecciate sempre più fino a coincidere nell’episodio finale. I personaggi sono complessi, dalla moralità contraddittoria e ben inseriti nella società americana del tempo, conformista, razzista e fortemente anticomunista, immersi in una storia perfettamente equilibrata nel ritmo e nei colpi di scena, che rielabora intelligentemente il non originalissimo tema della scintillante american way of life promossa dai media (Hollywood in primis) come facciata di una società marcia e immorale retta da pochi potenti privi di scrupoli.
Certo, in L.A. Noire l’impressione di assistere a un film (o meglio, a una serie televisiva) è alta, ma nel mondo dei videogiochi la cosa non è nuova. Wing Commander III (1994), ad esempio, è zeppo di intermezzi filmati, interpretati, tra gli altri, da Mark Hamill, Malcom McDowell e John Rhys-Davies, e basta prendere in considerazione una qualsiasi avventura grafica dei primi anni ’90 (The Secret of Monkey Island, 1990, tanto per dirne una) per rendersi conto dell’elevatissima qualità delle sceneggiature. No, il parallelo tra cinema e videogioco non è cosa nuova. Lo è il fatto che il videogioco cominci ad essere visto, e studiato, con la serietà che si merita, e che i media generalisti dedichino più tempo a parlarne, e non solo per accusarli di istigare alla violenza le tenere e piccole menti che giocano a Grand Theft Auto.
E L.A. Noire, in tutto questo, che ruolo ha? Nelle relazioni tra cinema e videogioco è un caso eclatante, ma per motivi mediatici, non per meriti: verrà ricordato come il primo videogioco ad essere presentato ad un festival di cinema (De Niro l’ha voluto per il suo Tribeca Film Festival 2011). Nel mondo dei videogiochi, L.A. Noire non è certo una rivoluzione, ma un ottimo prodotto, che rielabora, aiutato dalle nuove tecnologie, il gameplay delle avventure grafiche di un tempo, offrendone un’originale variabile. Ma rispetto a videogiochi come i già citati Grand Theft Auto IV o Red Dead Redemption, c’è ben poco di nuovo.
Un gioco comunque da non perdere, e chiunque abbia una Playstation 3 o un X-Box 360 dovrebbe darci un’occhiata, anche perché, ormai, L.A. Noire sarà facile da trovare di seconda mano, o a prezzi ridotti.

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