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Himizu

venerdì 9 Settembre, 2011 | di Matteo Quadrini
Himizu
Festival
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68a Mostra del Cinema di Venezia, 31 agosto-10 settembre 2011

Le vie della violenza
Giappone 2011. Himizu riparte da qui, da un paese che per l’ennesima volta viene distrutto dalla Storia, anche se stavolta si tratta della storia imposta dalla violenza della Natura e non decisa dagli uomini.

Lo tsunami, il pericolo nucleare, e poi un nuovo inizio indesiderato, tremendo, che uomini e donne non sanno come incominciare, forse perché come suggerisce Himizu nessuno si ricorda di essere ancora un fiore unico. Ma i fiori sono unici?
Fino a pochi mesi fa, Sion Sono voleva “semplicemente” mettere in scena un manga di Minoru Furuya inedito in Italia, ma gli eventi accaduti in Giappone hanno spinto il regista a modificare la sceneggiatura, adattandola alle circostanze distruttive del suo paese. E forse non poteva esistere regista più adatto per raccontare la redenzione di una nazione, per cogliere lo stato d’animo di questo momento. Sion, con il suo cinema di Purgatori perenni e di violenza inarrestabile, stavolta sembra piegato dal trauma del suo paese a trovare anche in una storia di adolescenza infranta una possibilità (se non una speranza), e così abbassa il disincanto sulla soglia dell’incertezza: resta sempre convinto che da colpa nasce colpa, ma questo processo si può arrestare se si accetta di costruire una nuova ambizione, e di non sprofondare sotto il peso delle proprie pene. Per arrivare a questa conclusione serve una storia come quella di Sumida, il protagonista di Himizu. Sumida è uno studente svuotato dalle ambizioni comuni perché desidera semplicemente una vita ordinaria, senza caos familiare o sociale. La madre scappa di casa, il padre si presenta solo per estorcergli denaro ma ogni volta, lo saluta inducendolo a suicidarsi al più presto. Sumida, anche senza le suggestioni del padre, sogna spesso il suicidio, così come sogna di liberare la sua furia repressa, tra parricidi e comportamenti che emulano gli insegnamenti del Travis Bickle di Taxi Driver. Una compagna di classe cercherà di sottrarlo alla sua inevitabile metamorfosi aggressiva, provando a costruirgli un futuro sereno e ordinario, ma sarà solo una quiete momentanea destinata a logorarsi quando Sumida ucciderà il padre. Convinto di essere perduto, Sumida si dedicherà a difendere un’utopia di società giusta, eliminando i rifiuti umani e sprofondando in una personale perdizione…

Himizu racconta il viaggio di un giovane (e di una nazione) tra i propri demoni come se fosse un requiem: l’andamento è inesorabile, i momenti significativi sono scanditi dalla musica di Mozart e dall’adagio di Albinoni, la morte sembra lo scopo naturale del comportamento di Sumida. È un requiem insostenibile, che può essere criticato perché non sottrae la violenta formazione del protagonista da simbolismi e ingenuità, da sogni che si attualizzano e incontri forzati, eppure che cosa rappresentano questi difetti parziali se la macchina da presa è capace di formulare un poema tanto impulsivo e radicale, tanto innovativo nell’usare sensibilità e raccapriccio con la stessa responsabilità? Un cinema così possente e funereo non si vedeva da Takeshi Kitano, ossessionato dalla colpa come il miglior Abel Ferrara eppure capace di un lirismo epico e psicologico che nasce e muore dal rapporto che l’immagine sviluppa con la musica. Questo lirismo diventa lo sguardo con cui mostrare un suicidio, un fallimento, un varco di felicità: è il linguaggio ideale di un requiem che canta una nazione in cui la sopraffazione e l’inevitabile sembrano la regola; il linguaggio che si addice a un piccolo, straordinario, Delitto e castigo adolescenziale in cui il pentimento lavora lo squilibrio di un uomo quanto l’onta di non sopportare i propri cuori di tenebra. Sembra cinema che con un’unica espressione artistica può essere manga e autodistruzione, sinfonia e romanzo russo, sguardo materialista che sfocia in una violenza liberatoria e poi in silenziosa disperazione di un popolo. Sembra cinema del futuro.

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