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Too big to fail

giovedì 3 Novembre, 2011 | di Nicole Braida
Too big to fail
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Crisis for dummies
Presentato alla Festa del cinema di Roma, approda il 4 novembre su Sky una produzione HBO dal cast particolarmente ben assortito: Too big to fail (espressione usata nel gergo economico per riferirsi a istituzioni finanziare talmente grandi e interconnesse ad un’ulteriore fitta rete, che fallendo creerebbero un effetto domino).

Si presenta come un dramma politico che usa un taglio quasi documentaristico, grazie all’ausilio della grafica che suggerisce l’identità dei protagonisti (un po’ come aveva fatto Fincher in The social network). I protagonisti sono i manager delle banche d’investimento statunitensi, e tutto l’entourage che ruota attorno a Wall Street. È il settembre 2008 e Lehman Brothers sta fallendo, il suo presidente e amministratore delegato (interpretato da Joeffrey Rush) però crede ancora di poter salvare il colosso. Nonostante le innumerevoli mediazioni nessun’altro istituto bancario è in grado di accettare l’onere di provvedere al salvataggio di Lehman, perché tutti sono ormai in difficoltà finanziare. Il 2008 infatti è solo la punta dell’iceberg delle conseguenze di una gigantesca bolla immobiliare (ma non solo) che ha depauperato il mercato, ma soprattutto la (ex) classe media americana; una società ormai in debito. A sentirsi “Too big to fail” sono gli stessi business men, incapaci di gestire una crisi che loro stessi hanno provocato e che di certo era prevedibile. La deregolamentazione dell’economia, che ha portato alla speculazione selvaggia in borsa fu una scelta, spiegano i protagonisti, dello stesso sistema capitalistico capitanato da Wall street, che iniziò a passare agli investitori il denaro virtuale dei mutui. I grandi profitti innescarono per ingordigia una profusione di prestiti sempre più rischiosi, che però le stesse agenzie di rating continuarono a dare per sicuri agli investitori, e dai quali le banche si protessero con lo stipulo di polizze assicurative. L’idillio durò fino a quando il prezzo delle case si abbassò, a ciò seguì un rapido rialzo che vide i più con prestiti a tassi di interesse troppo alti per essere risolvibili: sfilza di ipoteche, e di premi di assicurazione da restituire alle banche di investimento. Sarà infatti AIG, compagnia assicurativa alla quale si erano affidate tutte le banche mondiali, ad essere la vera “Too big to fail”. “E come spiego che non sono mai state fatte delle misure di restrizione?” – chiede l’assistente del Tesoriere – “Nessuno lo voleva”. – le risponde il segretario “al Tesoro – Stavamo facendo troppi soldi”. A salvare dal collasso l’intero sistema economico in extremis, come tutti sappiamo, intervenne il governo statunitense, dando liquidi alle banche. Che si sperava, li avrebbero utilizzati in prestiti, non per speculare. C’è un brevissimo pamphlet del 2009, scritto da Zygmunt Bauman (il sociologo coniatore della definizione “modernità liquida”), che s’intitola Capitalismo parassitario:”Annidato nelle menti dei giocatori alla Dostojewski di Wall Street, questo idealismo non svanirà di certo presto. Le restrizioni alla speculazione in borsa non sono mai state poste e ci ritroviamo al punto di partenza: il crac finanziario non si è risolto, anzi la tanto temuta “recessione” già ci inghiotte senza pietà”. Nell’ultima profetica scena il tesoriere Henry Paulson (William Hurt) rassicura il capo della Federal Reserve (Paul Giamatti) che le banche appena salvate presteranno giustamente il denaro per risollevare la popolazione dalla crisi, e volge lo sguardo fuori dalla finestra (come faceva all’inizio) contemplando un futuro illeggibile eppure segnato; certo, non forse per lui e il suo ceto che continueranno ad osservare il mondo da uno spesso vetro.

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