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Parla George A. Romero

lunedì 14 Novembre, 2011 | di Mattia Filigoi
Parla George A. Romero
Festival
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Trieste Science+Fiction, 10-13 novembre 2011

Non solo zombi
Se non avete vissuto gli ultimi cinquant’anni su una sperduta isola oceanica o in eremitaggio in una grotta isolata di qualche picco inaccessibile, certamente conoscerete George A. Romero, noto ai più come il papà degli zombi, ospite d’onore del Trieste Science + Fiction 2011, festival internazionale della fantascienza appena conclusosi nella città della bora.

Quattro giorni di proiezioni e anteprime di pellicole fantascientifiche e horror hanno fatto da cornice agli incontri con il grande regista di Pittsburg, che ha tenuto due masterclass e ricevuto dalle mani di Dario Argento il premio alla carriera Urania d’Argento.
Si è parlato, ovviamente, di morti viventi, ma soprattutto dei film “non zombeschi” di Romero, meno celebri ma altrettanto interessanti, come Martin (1976), storia di un giovane necrofilo che beve il sangue delle sue vittime e che il nonno crede un vampiro. “Mi piaceva questa idea di descrivere la dissoluzione dei vecchi valori morali nelle piccole cittadine attorno a Pittsburgh, anch’esse in fase di dissoluzione già allora, nei primi anni ’70, con le acciaierie che stavano chiudendo e una sensazione di bancarotta imminente. Mi piaceva l’idea di un ragazzo che, a causa della crisi dei valori morali ed economici, viene creduto un vampiro, specialmente da suo nonno: è lui che crede realmente nei vampiri, nelle vecchie leggende, ed è certo che Martin abbia questa specie di malattia”.

De La città verrà distrutta all’alba (1973), dove un’arma batteriologica viene incautamente rilasciata dall’esercito americano su una cittadina di provincia, provocando una pazzia omicida nei suoi abitanti, è da poco stato fatto un remake mainstream. “Penso che quelli che hanno fatto il remake abbiamo del tutto mancato il bersaglio, rendendolo un film di zombi, cosa che l’originale non era. Una delle cose che volevo mostrare era che non potevi dire con certezza chi fosse impazzito: la gente al governo, i militari nelle strade e i cittadini stessi, tutti si comportavano allo stesso modo, come pazzi. Questo manca del tutto nel remake. La città verrà distrutta all’alba non era pensato con riferimenti soprannaturali, ma per essere un piccolo thriller su un contagio virale rilasciato incautamente dal governo, che decide poi di distruggere un’intera città per bloccarne la diffusione. Rifletteva il clima di paranoia dell’epoca, la paura della guerra, anche se “fredda”… era una critica a un establishment di stampo militarista”.

Tornato recentemente alla ribalta, Knightriders (1981) racconta le gesta di un gruppo di motociclisti che, in sella alle loro due ruote, ricreava nelle fiere di paese duelli medievali rifacendosi al codice cavalleresco di re Artù. “L’idea nacque in maniera molto “hollywoodiana”. Volevo fare un film su un gruppo che si chiamava Società per l’Anacronismo Creativo, attivo nel Nord America, che metteva in scena ricostruzioni di tornei medievali, come ai tempi dei cavalieri e di re Artù. Ho provato a vedere questa idea, ma nessuno voleva finanziarla, finché Sam Arkoff, il famoso produttore di film d’exploitation, mi disse: ‘George, metti i cavalieri su delle motociclette, poi possiamo trovare un accordo’. All’inizio pensavo fosse un’idea ridicola, poi ci ho pensato un po’ su e mi sono detto ‘Forse…’. E’ così che è nato il film.”

In La stagione della strega (1972) una casalinga cerca nella stregoneria la forza di ribellarsi al brutale marito, ma finisce per impazzire, incapace di distinguere realtà e sogno. “Innanzi tutto, ho fatto questo film con un budget ristretto. Il produttore era un brooker finanziario, che poi rimase senza soldi e di conseguenza anche il film. Ho sempre pensato di non essere stato in grado di fare il film come lo volevo realmente, e ho sempre pensato di farne un remake… è l’unico dei miei film di cui voglia fare un remake! Oggi lo rifarei in modo diverso, e penso che sarebbe più sentito: ai tempi ero un uomo che voleva fare un film sulle donne da un punto di vista femminile, ma in quel momento non ne sapevo abbastanza, e il risultato non mi ha convinto del tutto. Ora ho più consapevolezza, renderei la protagonista molto più forte, una professionista in carriera, realizzata sul lavoro ma oppressa nella vita personale dal marito, dagli amici, dal contesto sociale in cui vive. Se potessi rifarlo, credo che sarebbe un film molto potente”.

Romero ha poi ribadito la sua reputazione di regista indipendente dopo le pessime esperienze di Monkey Shine (1988) e La metà oscura (1993) con la Orion: “tutte le brutte cose che dicono degli studios sono vere, si prendono tutto quello che possono prenderti e non ti lasciano nulla, la tua libertà come regista è del tutto ostacolata. Dopo queste esperienze, cerco il più possibile di restare nel mio piccolo e mantenere il controllo”. E in questo suo piccolo, il regista settantunenne è più attivo che mai: “sto lavorando a un adattamento del libro The Zombi Autopsies, che non parla per niente dei “miei” zombi, ma è scritto da un dottore americano che analizza in termini fisiologici e con estrema attenzione cosa potrebbe generare gli zombi, una storia simile a quella de Il serpente e l’arcobaleno (film di Wes Craven del 1988). Sto scrivendo un comic book per la Marvel, e sto riprendendo in mano un vecchio progetto mai portato a termine, Before I wake… ma nessuno sa cosa potrà venirne fuori”.

Piccola delusione per i fan sfegatati presenti agli incontri (compreso il sottoscritto): Romero si era fatto male a una mano, e non riusciva a rilasciare autografi. Ma tant’è: la sua carismatica presenza, la sua intelligenza e la sua ironia erano più che sufficienti. E comunque era ben disponibile a fare delle foto ricordo…

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