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lunedì 21 Novembre, 2011 | di Valentina Di Giacomo
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Di invidia si muore
Le tesi degli anti-stratfordiani, si sa, non sono certo una questione originale. Ci provano da secoli ad insinuare il dubbio che l’uomo William Shakespeare, nato a Stratford upon Avon il 23 aprile 1564 non fosse all’altezza del poeta William Shakespeare, il più grande genio drammatico di tutti i tempi.

Più di cinquemila sono i titoli che lo lasciano intendere o lo asseriscono in modo esplicito. Eminenti e numerose le personalità che hanno avanzato e avanzano tutt’oggi  la tesi: William Shakespeare, per molti, non era, non poteva essere, William Shakespeare. Con il tempo, tra le tante ipotesi, prese vita una teoria che riconduceva l’intero corpus shakespeariano al diciassettesimo conte di Oxford, un certo Edward de Vere. Questo accadeva nel 1918 ad opera del signor Thomas Looney (cognome che in inglese sta per “pazzo, mentecatto”), insegnante di Gateshead, il quale pensava che William Shakespeare non disponesse di un sufficiente bagaglio di conoscenza delle cose del mondo, unitamente ad un livello di raffinatezza tale da poter comporre le sue poderose ed insuperabili opere. Diversamente de Vere. Uomo brillante ed estremamente colto, che aveva molto viaggiato e conosceva bene gli ambienti di corte: per la sua nobile formazione intellettuale, l’autore delle opere shakespeariane doveva essere lui. Tuttavia non esistono prove che possano suggerire che De Vere fosse l’autore di Romeo e Giulietta, Giulio Cesare, Riccardo III. Arrogante e viziato, spendaccione e sessualmente dissoluto, in tutto poi la  voce di de Vere differisce da quella del “dolce cigno di Avon”. Chi legge, rilegge e ama profondamente Shakespeare lo sa: non può essere andata così. Numerose sono anche le incongruenze nella vita del conte che fugano ogni minimo dubbio. Sopra ogni cosa la data della sua morte: quando de Vere morì nel 1604, molte delle opere teatrali non erano ancora state scritte, essendo in relazione con eventi di là da venire. Solo per citarne alcune: Re Lear, Machbeth, Antonio e Cleopatra, Coriolano, La Tempesta, tutte opere scritte dopo il 1604, intrise di avvenimenti legati  alla strettissima attualità (ad esempio la Congiura delle Polveri nel Machbeth, evento cui Oxford non assistette): dettagli che l’aristocratico conte non poteva conoscere. Eppure è questa traballante ipotesi che Emmerich affida il suo Anonymous, contemplandola come possibile, e da lì estraendo il soggetto del film (nel ruolo di de Vere, Rhys Ifans). Da una tesi per niente originale e del tutto arbitraria -fondata come tutte le teorie antishakespeariane e questo ce lo conferma Bryson, su un uso manipolatorio dell’erudizione e su gravi inesattezze storiche – un film scontato, impreciso e totalmente strumentale al solo vero obiettivo; quello cioè di confezionare l’ennesimo prodotto emmerichiano che qui però troppo stride con l’altissimo contenuto. Banali intrighi di corte si mescolano ad ancor più scontate relazioni amorose in un contesto che di storico non ha quasi niente (dov’ è l’atmosfera di quella spettacolare metropoli che è Londra all’indomani del successo di Elisabetta I sull’Invincibile Armata spagnola, negli ultimi anni del suo regno, al di qua della rivolta di Essex e della salita al trono di Giacomo I?), mentre la sceneggiatura sfugge completamente di mano al suo autore (John Orloff). C’è poco, davvero poco da dire su questo film. Accanto alla difficoltà di credere che un solo uomo, un uomo comune, della provincia inglese, che non ha mai frequentato l’Università, abbia potuto scrivere tutto quello che ha scritto Shakespeare -e qui sorvoliamo perchè ben più illustri personalità come Twain, James, Freud, Welles, e Chaplin non si sono lasciate persuadere in merito-, l’aspetto più triste riguarda la caratterizzazione del personaggio. Uno sciocco attorucolo, Shakespeare (interprete Rafe Spall), che non sa scrivere, capace a stento di leggere. Un’idea, francamente inspiegabimente riduttiva di quella immensa ricchezza che ha rappresentato la personalità artistica shakespeariana: in principio attore, poi autore, regista, scenografo, e persino produttore, con Shakespeare l’arte satura ogni spazio, non conosce confini, pervade tutto. Un attore può essere autore, regista e finanziatore; un regista, attore e scenografo. Non ci sono compartimenti stagni, confini precisi: tutto è lasciato al talento e alla sensibilità dell’artista. Alla sua generosità. Un’ipotesi pericolosissima quella di Emmerich, ancor più spaventosa e drammatica perchè avanzata da un artista. A mancare, poi, e questo irrita davvero, è il benchè minimo amore per la parola di Shakespeare, in Emmerich: non una citazione delle opere è calata nel giusto contesto, nulla è a proposito. Il potere della parola, che questo film vorrebbe celebrare, sembra delegato alla dimensione visiva, ai pochi inseguimenti e a qualche conflitto a fuoco, in un disperato tentativo suicida di rimpiazzare la parola con l’immagine. Ma perchè proprio con Shakespeare? Ha mai letto davvero qualcosa di lui, Emmerich? Viene da chiedersi perchè il regista di Independence Day, The Day After Tomorrow e Godzilla, abbia scelto di affrontare un tema così complesso non avendo, forse la sensibilità giusta per farlo. Un pizzico di invidia? A differenza di Emmerich regista, Shakespeare drammaturgo non aveva altra risorsa che la lingua: l’unico strumento di cui poteva servirsi era la poesia. Non avendo effetti speciali su cui contare, a parole crea la tempesta, a parole muove sulla scena schiere di cavalli, intere foreste; sempre a parole ci mostra le rocce di Dover da cui Gloucester vuole buttarsi in mare, una volta divenuto cieco. Sfortunatamante per il regista tedesco, e fortunatamente per noi, il suo Anonymous finisce per essere l’ennesima conferma che Shakespeare fosse indubbiamente Shakespeare: quel genio capace di regalare al mondo l’invenzione dell’umano, e la vita stessa delle parole in opere così simili e incomparabili. Così eterne. Nell’intima consapevolezza condivisa tra noi, i suoi lettori, e l’amato nostro eterno contemporaneo, che ciò che è scritto è accessibile soltanto a chi sa leggere.

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