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Hugo Cabret

lunedì 6 Febbraio, 2012 | di Chiara Checcaglini
Hugo Cabret
Speciale
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Architetture di immagini
Hugo Cabret è una godibilissima incursione nel “meraviglioso” e nella magia cinematografica, ma anche un bellissimo accumulo di simboli e motivi ricorrenti che vanno a comporre la definizione dell’amore per il cinema secondo Scorsese.

Hugo Cabret è uno spericolato viaggio tra gli elementi architettonici di una stazione parigina e quelli di un racconto visivo che si tuffa nella storia del cinema appositamente riadattata, utilizzando quali funzionali appigli immagini riconoscibili come una luna di cartapesta accecata da un buffo missile.
Prendiamo il treno, ad esempio: elemento scenografico fondamentale del film, data l’ambientazione, e immagine cinematografica primaria, che già presuppone in sé, attraverso il leggendario spavento degli spettatori dell’epoca, quello slancio coinvolgente dell’immagine che oggi vorrebbe rivivere nel 3D. Nel film il treno, più che mezzo di trasporto, è un marchingegno minaccioso sempre sul punto di scavalcare lo schermo: dall’arrivo alla stazione della Ciotat, all’incidente della Gare Montparnasse (avvenuto per l’appunto nel 1895), altra riconoscibile immagine fotografica che qui letteralmente traduce, distorcendolo, l’assunto che il cinema dia vita ai sogni (e agli incubi, in questo caso); una sorta di “cosa sarebbe successo se” il treno dei Lumière avesse effettivamente sfondato la quarta parete.
L’altro elemento ricorrente è l’ingranaggio, microscopico come quello del giocattolo rotto o gigantesco come quello di ogni orologio della stazione. Enormi quadranti come finestre affacciate sul paesaggio parigino, rassicurante se lo si osserva insieme ad una compagna di avventure, terrorizzante quando è il vuoto su cui si resta sospesi, in fuga.
Nel ticchettio degli ingranaggi, degli orologi, del metronomo riecheggiano le imprevedibili connessioni che gli oggetti sono in grado di attivare passando di mano in mano, oltre lo scorrere lineare del tempo. Così, un automa/bambino, lascito di un padre sfortunato, può riportare alla vita un illusionista disilluso, attraverso un disegno che a sua volta riaccende il meccanismo dell’artigianale fabbrica di sogni di Méliès.
Scorsese rimaneggia con maestria icone, retroscena e contesti, rendendo il tutto, effettivamente, tridimensionale: e il 3D riempie all’inverosimile gli spazi, amplifica i virtuosismi dell’occhio scorsesiano e dissemina l’immagine di consistenza materica (il pulviscolo e le nuvolette di fumo onnipresenti negli spazi della stazione); la stessa che si riverbera nelle ricostruzioni divertite dei set d’epoca, e nell’amore per cimeli e pellicole superstiti di uno studioso dal significativo nome di Tabard. Allora si perdonano tranquillamente didascalismi e semplificazioni, di fronte all’impresa impossibile eppure riuscitissima di connettere l’ultima frontiera del cine-spettacolo con l’essenza imperitura e tutta materiale del cinema, che fu, prima di tutto, meravigliosa attrazione.

Hugo Cabret [Hugo, USA/Italia 2011] REGIA Martin Scorsese.
CAST Asa Butterfield, Chloë Grace Moretz, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Helen McCrory, Jude Law, Christopher Lee.
SCENEGGIATURA John Logan (dal romanzo La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick). FOTOGRAFIA Robert Richardson. MUSICHE Howard Shore.
Drammatico, durata 145 minuti.

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