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Mother of rock: Lillian Roxon

lunedì 27 Febbraio, 2012 | di Michele Galardini
Mother of rock: Lillian Roxon
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MymoviesLive

Il sesso forte del rock
Chi ancora pensa che la musica rock non abbia influenzato e traghettato la controcultura americana a partire dalla metà degli anni ’60 forse dovrebbe vedere Mother of rock: Lillian Roxon, il biopic che il regista esordiente Paul Clarke ha realizzato nel 2010 e che, dopo un fugace passaggio al Festival di Roma nel 2011, dal 20 Febbraio è disponibile in streaming sul portale MymoviesLive.

Chi era Lillian Roxon? Una ragazzina di origine ebraica, nata ad Alassio nel 1939 ed emigrata quasi subito a Brisbane (Australia) assieme alla famiglia, per sfuggire al repulisti nazi-fascista. Una giovane dal carattere implacabile, allergica all’istituzione scolastica e avventuriera dell’amore durante il puritanesimo più retrogrado. Un’ardente sostenitrice dell’emancipazione sessuale, una bohemien del movimento “Push” di Sidney, una scrittrice travolgente, una giornalista indiscreta e la più grande promotrice della cultura australiana negli Stati Uniti. Se Lillian Roxon viene oggi ricordata solo per essere stata la prima a comporre un’enciclopedia del rock nel 1969, quando nessuno pensava che la musica avrebbe potuto essere una presenza legittima, è solo perché nessuno fin’ora aveva avuto la pazienza e la passione per dedicarle un interno lungometraggio.
Paul Clarke affronta la vita della Roxon come una patologia che aveva colpito il sottobosco culturale americano. Lei, cresciuta a braccetto con tutti gli artisti newyorkesi più cool e morta a 41 anni nel suo appartamento, senza nessuno attorno, a causa di un violento attacco di asma. Lei, che come un fungo si era attaccata a quella città che proprio in quegli anni avrebbe espresso il suo volto più trasgressivo, dalla Factory di Andy Warhol, alle prime fanzine, fino all’esplosione dei New York Dolls, di Iggy Pop & The Stooges e di quello che solo anni più tardi, e a migliaia di chilometri di distanza, sarebbe stato chiamato punk. Di quella città Lillian aveva invaso i luoghi più ferventi, come il Max’s Kansas City che, infatti, negli anni ’70 sarebbe diventato il più importante salotto culturale del XX secolo.
Nel film tutto questo è raccontato attraverso le voci dei suoi amici e solo in alcuni punti attraverso il suo pensiero che riemerge attraverso il rapporto epistolare con la madre o le recensioni musicali scritte per le maggiori riviste dell’epoca. Fra vecchietti settantenni che parlano come giovani surfisti o ex suffragette che ancora ricordano le nottate di sesso negli alberghi, il gioco di straniamento funziona alla grande, ben bilanciato anche dai tanti inserti documentaristici, come le foto e i video dei concerti. In alcuni punti Lillian scompare, lasciando spazio alla grande narrazione della Storia, ma solo per riemergere e ribadire con forza il suo ruolo di instancabile rivoluzionaria.
Clarke costruisce con grande umiltà un racconto mai pesante o compiaciuto, da bere tutto d’un fiato e da smaltire lentamente, lasciandoci ubriachi di vita ma abbastanza lucidi da volerne ancora.

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