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VII Incontro Mondiale delle Famiglie

lunedì 19 Marzo, 2012 | di Carmen Spanò
VII Incontro Mondiale delle Famiglie
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Il cinema ci guarda
In occasione del VII Incontro Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Milano dal 30 Maggio al 3 Giugno alla presenza di Papa Benedetto XVI, si moltiplicano le iniziative culturali su suolo lombardo volte alla sensibilizzazione al tema fondamentale dell’evento: il valore della famiglia.

Luogo naturale di formazione dell’identità e groviglio di sentimenti contraddittori, la famiglia costituisce da sempre il cuore vibrante della società, “organo” in grado di regolare la circolazione di materiale umano sano e benefico nei capillari delle numerose infrastrutture che la costituiscono. Oggetto di analisi e di studi approfonditi, la famiglia ha assistito, con il passare del tempo e la proliferazione degli spazi (anche virtuali) e delle occasioni di riflessione culturale e sociologica, a una rielaborazione del significato e del ruolo di “perno della società moderna”. Dalla famiglia si fugge, ma ad essa si fa anche ritorno; è nido che forgia e protegge, ma può rivelarsi terreno violento di scontro e scenario di indicibili orrori; è spazio di manovra sicuro nel quale acquisire le capacità per comprendere le dinamiche relazionali esistenti all’esterno, ma può diventare un pericoloso campo minato dal quale essere costretti ad allontanarsi per necessità di sopravvivenza. Bella o brutta che sia, armoniosa o disfunzionale, ingombrante o inesistente, con una famiglia tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti. Tanto più in questo periodo di crisi globale che dilania le speranze nelle capacità dell’individuo di costruirsi il futuro al quale aspira, la famiglia è il luogo al quale rivolgersi: per riscoprire, nel piccolo, quel “senso della comunità” che è l’unico, vero antidoto alla frammentazione dei legami derivante da una forma esasperata di individualismo bieco e distruttivo. Famiglia diventa, così, sinonimo di memoria: delle tradizioni di un paese, del “come eravamo” e del come siamo diventati nel corso di un intero secolo di storia. E se è vero che un’immagine vale più di mille parole, gli scatti fotografici dell’esposizione Famiglia all’Italiana allestita in sette sale nella maestosa cornice di Palazzo Reale a Milano, più che parole raccontano storie. Dagli egoismi ciechi di adulti immaturi in I bambini ci guardano (Vittorio De Sica, 1943) ai drammi di una famiglia straziata dal ricatto in Catene (Raffaello Matarazzo, 1949), passando per la vergogna di un padre povero e disperato in Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948), fino alla mamma di Bellissima in cerca di riscatto sociale per sé e la sua bambina (Luchino Visconti, 1951), le immagini in bianco e nero, esaltate d’intensità dal rosso delle pareti di supporto sulle quali sono state collocate, ripropongono allo sguardo dei visitatori i momenti più significativi di un cinema che si fa specchio e interprete di profondi mutamenti sociali. Il Neorealismo – che nella struggente immagine di Anna Magnani morente tra le braccia di Aldo Fabrizi in Roma città aperta (Roberto Rossellini, 1945) ha il suo manifesto iconografico – restituisce la realtà a se stessa azzerando gli artifici narrativi del racconto filmico e apre la strada alla consapevolezza. Gli anni sessanta vedono la crisi inarrestabile del concetto di autorità nel rapporto tra genitori e figli e al cinema arrivano opere “decadenti” come La Ciociara (Vittorio De Sica, 1960), Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, 1960), Mamma Roma (Pier Paolo Pasolini, 1962), Il Gattopardo (Luchino Visconti, 1963). Al dovere di realtà si affianca il bisogno di rassicurazione: la disgregazione dei ruoli familiari sembra un destino segnato ma il cinema si autoregola avviando sul grande schermo l’ “operazione nostalgia” e identificando, in questo modo, le due direttive principali nella rappresentazione della famiglia. Dal legame tormentato e fraterno di C’era una volta in America (Sergio Leone, 1984) alle commoventi figure paterne di Nuovo cinema paradiso (Giuseppe Tornatore, 1988) e La vita è bella (Roberto Benigni, 1997), le fotografie si colorano e rifulgono di una speranza che illumina l’oscurità del male di vivere. Certo, il dolore resta: è lancinante ne La stanza del figlio (Nanni Moretti, 2001), inaspettato con L’ultimo bacio (Gabriele Muccino, 2001), generazionale per La meglio gioventù (Marco Tullio Giordana, 2003) ma non si abbandona mai ad una condizione di irrecuperabile nichilismo. E su tutte le trasformazioni e gli adattamenti, permane un’unica certezza: la spinta propulsiva alla sopravvivenza nasce dall’interno, dalla capacità di riconoscersi come figli feriti (La bestia nel cuore, Cristina Comencini, 2005), padri inesperti ma tenaci (Anche libero va bene, Kim Rossi Stuart, 2006), madri fragili e impaurite (Quando la notte, Cristina Comencini, 2011). Perché è solo nel senso di appartenenza che la famiglia – capovolta, frantumata o allargata che sia – è ancora oggi in grado di trasmettere che si ritrova la dimensione del “sé” più autentico e la forza, imprescindibile, per comprenderla e accettarla

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