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Il dittatore

lunedì 18 Giugno, 2012 | di Michele Galardini
Il dittatore
Speciale
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Dalla bugia alla finzione
Sacha Baron Cohen ci ha abituato alle bugie. Quando nel 2002 portò il suo rapper Ali G sul grande schermo, molti sprovveduti (fra cui anche il sottoscritto) capirono il trucco solo a cose già fatte. Nel 2006 arrivò Borat, specchio grottesco dell’incomunicabilità fra Oriente e Occidente e chi, seppur con ritardo, aveva mangiato la foglia non si fece fregare nuovamente, al contrario dei neofiti rimasti a bocca aperta, indecisi se ridere o indignarsi. Nel 2009, quando nelle sale approdò Bruno, nessuno aveva più dubbi sulla “maniera” utilizzata da Cohen.

Con Il dittatore, infine, arriva a compimento il processo di istruzione e formazione del pubblico. Cosa è successo in questi dieci anni? La pseudo-verità del mockumentary ha lasciato spazio alla finzione pura. L’ironia non viene più lanciata a testa bassa ma si adatta alla storia. Il bersaglio grosso non è più la distorsione della società americana ma l’estremizzazione dei suoi fondamenti di democrazia attraverso una riduzione all’assurdo che ha nel monologo finale del dittatore Aladeen il suo apice teorico. In poche parole, la bugia si è evoluta, diventando romanzo (il film è liberamente ispirato a Zabiba and the King di Saddam Hussein). Qualcuno, sicuramente prima di vedere il film, ha lanciato improbabili similitudini con Il grande dittatore di Chaplin, forse scorgendo in Saddam l’epigono più illustre di Hitler e in Cohen l’attore più vicino alla poetica di Charlot. Entrambi i personaggi hanno un nome parodico, Aladeen e Adenoid Hynke. Entrambi operano grazie ad una sostituzione: il primo la subisce, il secondo vi trae beneficio. Le somiglianze finiscono qui.
L’elemento di maggiore estraneità dei due personaggi sta nel grado di dignità con cui si rapportano ai loro corrispettivi reali. Chaplin utilizza la satira per abbassare la dignità del dittatore al livello popolare, mostrandoci i lati più teneri della sua follia, come nella celebre sequenza del mappamondo. Cohen, invece, utilizza l’ironia per innalzare il personaggio oltre le vette dell’assurdo fin quando la bugia non si rivolta su se stessa e sul suo creatore. La satira nasce dentro il mondo di cui contesta le espressioni ed ha sempre un valore sociale, mentre l’ironia può permettersi il lusso di essere fuori sincrono col suo tempo, non avendo nessuna propensione civica. Non è un caso se Chaplin diresse il suo film mentre Hitler era ancora vivo mentre Cohen a sei anni di distanza dalla morte del “raìs”.
Stanchi di leggere queste divagazioni pretestuose vorrete sapere se il film merita di essere visto. La risposta è: assolutamente sì. A patto di conoscere bene il nostro avversario, poiché c’è sempre il rischio che una bugia raccontata mille volte diventi una verità.

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