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Genere: femminile/menzione

giovedì 19 luglio, 2012 | di Redazione Mediacritica
Genere: femminile/menzione
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Pubblichiamo, come partner del concorso di critica cinematografica – “Genere: femminile“, la recensione del film Carnage di Arianna Baldini, che ha ottenuto la menzione da parte della giuria.

Carnage
Il Dio del massacro, è veramente l’unico Dio in cui possiamo ancora credere?
Carnage, l’ultima commedia portata sul grande schermo dal celebre regista polacco Roman Polanski, con toni comicamente amari racconta due coppie di genitori: Penelope, Michael, Nancy e Alan che si ritrovano per risolvere una vicenda spiacevole, la rissa fra i loro due bambini ai giardini.
Interno giorno di una perfetta casa borghese di Brooklyn, un salotto,per la precisione, un tavolino e un mazzo di tulipani, introvabili riviste d’arte: Kokoschka e Bacon. Quattro personaggi uno davanti l’altro, quattro genitori riunitisi all’insegna della civiltà (“che l’occidente fortunatamente detiene”) per appianare i contrasti tra i loro figli. Si entra nell’intreccio dei dialoghi partendo da discorsi di cortesia,passando a complimenti non del tutto sentiti, arrivando a consigli pungenti.
È così che quel magma incandescente che altro non è che la natura stessa dell’uomo, la sua indole, inizia a premere per uscire da sotto la coltre di perbenismo e buone maniere che lo ricopre.
Rapidamente le formalità, le cortesie, l’”apparire” di questi “civili” personaggi, lasciano spazio al loro istinto, alla loro maleducazione: al loro “essere”.
Tutti i personaggi sono allo stesso modo morali e amorali, salvando se stessi affondando tutti gli altri, in breve tempo un incontro formalmente cordiale diviene un vero e proprio massacro, tutti contro tutti, nessuno salva l’altro, ognuno ha pietà solo di se stesso; coalizioni e schieramenti sono del tutto labili, si creano e si disfano in maniera sfuggente.
Escono allo scoperto colpe, problemi e desideri nascosti, mai chiariti o appena nati, si inizia con la recriminazione reciproca: ognuno è vittima e carnefice; i discorsi, i problemi, le soluzioni nascono e si distruggono lasciando dietro di loro soltanto il vuoto della dialettica e della retorica.
“Ognuno nasce solo e muore solo” il personaggio di Michael inneggia così all’unico status di felicità e libertà reale che l’uomo può vivere, incolpando ogni tipo di legame di quella frustrazione e infelicità che l’uomo moderno si trova a vivere; è così che viene messa in discussione l’esistenza stessa di quei personaggi, che per quanto diversi hanno fatto, in fondo, le stesse scelte, hanno creato gli stessi legami e si trovano lì per una stessa motivazione; ma a questo punto, cos’ha più senso?
La civiltà che l’occidente borghese detiene orgogliosamente, si rivela nient’altro che una patetica maschera pronta a sbriciolarsi in qualsiasi momento, per un sorriso sarcastico, per una parola sbagliata, per un silenzio prolungato; per una chiamata al cellulare. Basta un niente, e tutto si sbriciola; basta un niente e le convenzioni, le buone maniere, il “politically correct” diventano concetti inconsistenti.
Un’eccellente costruzione dello spazio scenico, cucito intorno ai quattro personaggi: abbastanza ampio per lasciarli muovere, altrettanto stretto per non farli fuggire. Un ritmo incalzante, quasi sincopato, dove battute e silenzi giocano lo stesso ruolo, tenendo lo spettatore incollato allo schermo per settantanove minuti. Quattro attori dalle performance impeccabili e un meraviglioso gioco di forze: una centrifuga, che porta Nancy e Alan a tentare di andar via, e una maggiore e contraria che li riporta sempre intorno a quel tavolo in salotto, intorno a quei tulipani, intorno a Kokoschka e Bacon.
Tratto dall’opera teatrale “Il Dio del massacro” di Yasmina Reza, Carnage mette sapientemente in discussione l’essere umano tutto, dalla sua integrità, a quella dei legami che costruisce, dal modo di concepire se stesso e la società che lo circonda.
Polanski ci lascia con una boccata d’aria, ci libera dalla claustrofobia di quel soggiorno, di quei personaggi e delle loro dinamiche, così umane: il film si chiude con un campo lungo (la stessa inquadratura di apertura) nel quale i due ragazzini si riappacificano, lontani dagli artificiosi meccanismi delle “buone maniere” dei genitori.

Arianna Baldini

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