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La congiura della pietra nera

lunedì 6 Agosto, 2012 | di Teresa Nannucci
La congiura della pietra nera
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Regno di spade
John Woo torna, insieme a Chao-Bin Su, a filmare un’avventura leggendaria totalmente incentrata sulla Cina, in un tempo pressoché mitologico, sospeso e non specificato. La protagonista Zen Jing cerca di ricostruirsi una vita “normale” dopo aver tradito la propria banda, sottraendo ai compagni il tesoro appena conquistato: la metà del cadavere, ormai fossile, di un monaco buddista, celante un prezioso enigma che si rivelerà nel finale essere così esageratamente legato agli istinti fisiologici dell’umanità da deludere tutta la curiosità creatasi in due ore.

Cosa colpisce prima dei dettagli tecnici del film? Vedere Michelle Yeoh nei panni di una sanguinaria esperta di arti marziali, dopo averla ammirata nella mitezza pacifica del ruolo di Aung San Suu Kyi in The Lady: interpretazioni entrambe ben riuscite che celebrano la versatilità dell’attrice. Il film segue tutti i topoi delle opere dedicate a combattimenti e arti marziali: scontri sospesi in aria, movimenti del corpo innaturali, distanze distorte e variate di inquadratura in inquadratura (spesso senza potersi appellare alla volontà artistica del récadrage) e spade nascoste ovunque, trasformando il Reign of Assassins del titolo internazionale in un vero e proprio regno di spade. Con una presentazione iniziale dei personaggi condotta per classici fermo immagine, si costruisce una storia in bilico tra alchimia, fantascienza e malcelati effetti speciali (che quasi annegano nella profondità dello schermo sempre scuro) che non contribuiscono certamente alla credibilità del film, né facilitano l’incanto degli spettatori, alla cui attenzione si fa continuamente appello con una miriade di imprecisioni (sempre volute?) e da correzioni di computer grafica che, per quanto poco risultano efficaci, potevano essere anche evitate. Il nodo centrale della narrazione viene, in pratica, accantonato fin dalle prime sequenze e riportato alla luce con flashback e racconti sparsi lungo la durata della pellicola. Una costruzione iperbolica, in cui non stupiscono le sonorità onomatopeiche della musica; tutto in funzione di svelamenti e shock finali che però, più che lasciare nel dubbio e stimolare la curiosità, fanno affiorare un sorriso sardonico, ripensando a tutti i fondi e gli sforzi fisici impiegati per realizzare il film.

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