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Bad 25

mercoledì 5 Settembre, 2012 | di Filippo Zoratti
Bad 25
Festival
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Speciale 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

FUORI CONCORSO
Il Re è morto! Viva il Re!
Bad 25 di Spike Lee è un documentario celebrativo, un’operazione smaccatamente commerciale destinata a fare da accompagnamento alla riedizione dell’album di Michael Jackson Bad, a 25 anni esatti dalla sua uscita. Una precisazione da sottolineare fin da subito, per comprendere appieno che non siamo solo di fronte ad una commemorazione, ma ad una vera marchetta promozionale.

Non v’è nulla di male in tutto ciò, fermo restando che il termine “documentario” dovrebbe filmare eventi reali senza forzature, oggettivamente. Altrimenti diventa propaganda, visione parziale montata ad arte per concederci un’unica interpretazione: quella voluta dal regista. Spike Lee conosce molto bene la malleabilità dei filmati di repertorio, e la usa di conseguenza a suo piacimento. Approfittando del libero accesso al materiale d’archivio privato dello stesso Jacko, il cineasta di Atlanta compie un lavoro filologico notevole, filtrato tuttavia dalla lente deformante del tifoso incallito non obiettivo. Si inizia con il boom planetario di Thriller, che con oltre 70 milioni di copie vendute diventò l’emblema della musica pop, e in breve si arriva al successore Bad, pubblicato nel 1987 e frutto di una lunghissima gestazione durata cinque anni. Non potendo intaccare la sfera privata dell’uomo Jackson, l’autore cerca ostinatamente di allontanarsi dal ritratto bidimensionale dell’icona freak vittima del gossip per mostrare il genio di un artista scrupoloso e poliedrico a contatto con altri fenomeni del suo calibro. Si susseguono le interviste al produttore Quincy Jones, all’ingegnere del suono Bruce Swedien, a Mariah Carey, Kanye West e persino a Justin Bieber (che è impossibile non detestare, un giorno qualcuno studierà l’innata antipatia che provoca in chi lo guarda). Nel ricco affresco spiccano gli interventi di Martin Scorsese e Joe Pytka, che rispettivamente diressero l’epico video di Bad della durata di 25 minuti e quello rivelatore di The Way You Make Me Feel, che palesò la natura piena di contraddizioni di Michael. Ma per quanto in filigrana si scorgano gli evidenti paradossi di un personaggio che aveva perduto in modo irrecuperabile la possibilità di scindere finzione e realtà, manca in toto un contraddittorio con cui confrontarsi. Jackson che non bacia la sua compagna sul set? Pura timidezza. L’abnorme divario tra l’attaccamento alle sue origini black e il colore della sua pelle? Semplici problemi di pigmentazione. In questo modo non solo si perpetra la mancata elaborazione del lutto di un Mito (come in This is it), ma rigettando gli estremi stereotipici ed esagerati che circondavano (travolgevano, sconvolgevano) Michael Jackson si finisce per estremizzare all’opposto, e continuare a gettare fumo negli occhi. Si possono amare le canzoni di Jacko, ci si può ancora far trascinare dal ritmo di musiche create più di 20 anni fa, ma non sapremo mai chi era l’essere umano dietro alla leggenda.

Bad 25 [Id., USA 2012] REGIA Spike Lee.
SOGGETTO Spike Lee. FOTOGRAFIA Kerwin DeVonish. MONTAGGIO Barry Alexander Brown.
Documentario, durata 123 minuti.

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