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Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore

sabato 8 Dicembre, 2012 | di Michele Galardini
Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore
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La teoria ortogonale di Anderson
La macchina da presa è piazzata in mezzo ad una casa che ancora non abbiamo imparato a conoscere. Semplicemente muovendosi sul suo asse da sinistra a destra riesce a descriverci parte di una famiglia e alcuni tratti dei suoi componenti più giovani. Così come la casa rossa viene utilizzata da Suzy come un faro grazie ad un binocolo che è sia prolungamento sensoriale che strumento evasivo, allo stesso modo la cinepresa diventa macchina-faro che illumina porzioni sempre nuove del medesimo spazio.

Se ci sarà ancora una storia del cinema da studiare che tenga conto dei film usciti dopo il 1970, sarebbe necessario dedicare a Wes Anderson un capitolo sulla descrizione dello spazio pro-filmico (ovvero, tutto ciò che sta davanti alla macchina da presa). Il primo punto da analizzare, partendo proprio da Moonrise Kingdom, opera della maturazione e della definitiva consacrazione, sarebbe la capacità di Anderson di immaginare nuove posizioni e prospettive di ripresa e di visione. Sospesa in aria, sopra una moto guidata da un ragazzino, in campo lungo con le silhouette di tre personaggi appesi ad una torre sullo sfondo blu, in movimento ascendente, appoggiata su binari nel classico movimento “alla Anderson”, carrellata da sinistra a destra e viceversa ripetuta per più volte (uno degli esempi più belli si trova in una delle sequenze del treno di The Darjeeling Limited). Allo stesso modo bisognerebbe parlare del montaggio. Prendiamo il narratore che apre la storia di Moonrise Kingdom: teoricamente egli non è altro che l’erede più prossimo dei grandi narratori del cinema hollywoodiano classico, al quale si appoggiavano i più disparati registi per raccontare un antefatto (Viale del tramonto) o per dare un insieme di informazioni storico-geografiche (I figli della gloria di Samuel Fuller). Nel film di Anderson il narratore diventa Cicerone: non solo descrive ma vi si immerge seguendo il ritmo incalzante dato alle sequenze, confondendo così le norme aristoteliche di unità. Attraverso questi due elementi, Anderson forma un nuovo cronotropo, una nuova costante spazio-temporale che destruttura lo spazio attraverso la macchina da presa e il tempo attraverso il montaggio, presentandoci un’opera che segue i ritmi del nostro cervello postmoderno piuttosto che quelli classici delle grandi narrazioni, che costruisce ogni quadro, ogni sequenza come se fosse l’ultima (o la prima), che delimita il visibile in modo rigido ma solo per piegarlo meglio alla sua narrazione ortogonale.

Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore [Moonrise Kingdom, USA 2012] REGIA Wes Anderson.
CAST Kara Hayward, Jared Gilman, Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances McDormand.
SCENEGGIATURA Wes Anderson, Roman Coppola. FOTOGRAFIA Robert D. Yeoman. MUSICHE Alexandre Desplat.
Commedia, durata 94 minuti.

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