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Salvo

sabato 29 Giugno, 2013 | di Ilaria Feole
Salvo
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Il segreto dei suoi occhi
Rita non vede: i suoi occhi scurissimi sono specchi opachi insensibili alla luce, a farle compagnia c’è solo la radio (Arriverà dei Modà in loop) e per contare i soldi (sporchi) del fratello mafioso le bastano dita allenate.

Salvo non parla: è letale e silenzioso come un predatore, scivola per le strade rumorose e caotiche di Palermo senza emettere un fiato e s’infila in casa di Rita per far pagare a suo fratello il prezzo fatale di uno sgarro al boss sbagliato. L’incontro fra i due è un corto circuito sensoriale che sullo schermo si traduce in elettricità pura. La lunghissima sequenza d’apertura in cui Rita mediacritica_salvodiventa consapevole della presenza dell’estraneo nella sua casa è un vero e proprio saggio di regia: Grassadonia e Piazza costruiscono una tensione insostenibile affidandosi soltanto ai volti dei protagonisti e a un sapiente uso del suono, giocando in poche stanze e corridoi un rimpiattino soffocato dall’angoscia. Fin da questo incipit muto, lento, letteralmente col fiato sospeso, i due registi siciliani fanno capire che conoscono le regole del gioco (di genere) e soprattutto sanno come sovvertirle. Salvo inizia come un thriller ma diventa presto il racconto di un incontro impossibile, quello tra la cecità di Rita e la solitudine (glaciale, asettica, nel contesto afoso e ottundente della malavita palermitana) del suo rapitore: sì, perché il killer risparmia la vita della ragazza e la rinchiude in un edificio isolato, la nasconde alla vista ma non all’udito. Le grida, i gemiti, gli strepiti della donna lacerano il muro di silenzio dietro il quale Salvo ha sempre vissuto, e parallelamente il velo di buio che copre gli occhi di Rita si strappa e lascia trapelare i primi raggi di luce. Miracolo? Guarigione dovuta al trauma? Non è importante saperlo, nemmeno per i protagonisti: ciò che conta è che un evento mortifero ha inaspettatamente illuminato per entrambi la via della salvezza. Un sicario dalle mani guaritrici (che ha il volto antico e bellissimo del palestinese Saleh Bakri) diventa la prima faccia che una cieca abbia mai visto: quello che scatta tra Salvo e Rita (interpretata dalla bravissima esordiente Sara Serraiocco) è il più bizzarro imprinting mai apparso su grande schermo. I loro visi diventano paesaggi frastagliati, le uniche aperture di un film claustrofobico: Grassadonia e Piazza rinchiudono il thriller tra quattro mura (quelle della casa nellla prima parte del film, quelle della stanzetta in affitto dove un dimesso Luigi LoCascio serve ogni giorno la cena al killer silenzioso, e quelle del capannone della prigioniera/miracolata) per concentrarsi su corpi e occhi. Un’opera coraggiosa, trascinante seppure appesantita qua e là da simbolismi e metafore che (dal titolo in poi) ammantano la storia, e capace di guidare lo spettatore in una rieducazione allo sguardo: quando, nel magnifico finale, l’orizzonte della fuga si trasforma nella linea piatta del mare, è come se lo vedessimo per la prima volta.

Salvo [Id., Italia/Francia 2013] REGIA Fabio Grassadonia, Antonio Piazza.
CAST Saleh Bakri, Luigi Lo Cascio, Sara Serraiocco, Giuditta Perriera, Mario Pupella.
SCENEGGIATURA Fabio Grassadonia, Antonio Piazza. FOTOGRAFIA Daniele Ciprì. MONTAGGIO Desideria Rayner.
Drammatico, durata 104 minuti.

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