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Taxi Driver (1976)

sabato 27 Luglio, 2013 | di Michele Galardini
Taxi Driver (1976)
Film History
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SPECIALE MARTIN SCORSESE
La banconota e il compositore
Difficile parlare di Taxi Driver a trentasette anni di distanza dalla sua uscita nelle sale. Difficile, e forse improbo, recensire un caposaldo della storia della Hollywood anni ’70 come si recensirebbe l’ultimo film di Terrence Malick. Alla luce della distanza storica che ha permesso a questo film di elevarsi al di sopra del contingente filmico, diventando archetipo e cult, possiamo riscoprire alcuni elementi marginali o sotterranei che giocano un ruolo fondante nell’economia della storia: dunque riscoperte, non analisi.

Il biglietto da cinque dollari che Matthew “Sport” (Keitel) passa a Travis (De Niro) subito dopo aver strappato la giovane Iris (Foster) dal suo taxi e che Travis conserva come un pegno da pagare, come una cambiale per la sua anima, prima di darla all’uomo che gestisce la casa di incontri di Sport: il cerchio si chiude.mediacritica_taxi_driver1a Quel denaro che nella mente di Travis ha così poco valore in confronto alla sofferenza patita in Vietnam e alla voglia di recuperare il contatto con le persone, attraverso la banconota accartocciata diventa la sua peggiore nemesi, l’incubo dal quale non riesce a liberarsi se non prima di compiere un atto di estremo rigetto. Per tutti gli altri il denaro è ricchezza, potere, controllo, per lui è solo un mezzo per pagarsi il cibo, un film porno ogni tanto e un arsenale di armi; esistono i papponi e i giovani spiantati che vorrebbero cambiare il mondo, proprio come negli anni ’70 esiste la Hollywood delle Majors e l’ondata di giovani registi e attori che fanno del low budget e dell’inventiva le loro armi di ribellione, guidando una rivoluzione visiva e culturale che non avrà pari nella produzione americana dei decenni successivi. L’obolo che Travis riporta all’origine paga il debito che i giovani cineasti avevano nei confronti di Hollywood e allo stesso tempo decreta la sospensione del rapporto di dipendenza da un’idea classica di cinema narrativo. La seconda riscoperta è la musica di Bernard Herrmann, che morì prima di poter riascoltare la sua ultima colonna sonora nelle sale. Più che una riscoperta, una conferma, quella sua musica languida da omicidio sulla spiaggia, che entra in scena assieme al taxi, disperdendo i fumi del sottosuolo come un mostro alla ricerca della sua preda. Taxi Driver non sarebbe Taxi Driver senza questa atmosfera da noir sofisticato che in ogni scena combatte e ama le immagini di disperazione di cui si circonda Travis. La musica che crea un mondo e che da sola basterebbe a raccontare la parabola di Travis: reduce di una guerra sanguinosa, viaggiatore notturno, incapace di dormire, frequentatore di diner sempre aperti, solitario, perverso, romantico eroe e silenzioso giustiziere. Esempio immortale di realismo astratto da rivedere mille e più volte, per i due motivi sopra elencati e per altri mille non citati.

Taxi Driver [Id., USA 1976] REGIA Martin Scorsese.
CAST Robert De Niro, Harvey Keitel, Jodie Foster, Albert Brooks, Leonard Harris, Cybill Sheperd.
SCENEGGIATURA Paul Schrader. FOTOGRAFIA Michael Chapman. MUSICHE Bernard Herrmann.
Drammatico, durata 113 minuti.

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