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mercoledì 18 Settembre, 2013 | di Alice Cucchetti
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Editoriale
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Nell’ultimo film di Terry Gilliam, The Zero Theorem, presentato in Concorso a Venezia 70, c’è un solo personaggio femminile. Un splendida prostituta dal cuore d’oro, che ha le fattezze di Mélanie Thierry e la sola funzione, apparentemente, di risvegliare alla vita (e alla morte) il protagonista interpretato da Christoph Waltz.

Questione di generi, quelli cinematografici, direte voi: l’eroe, la bella, e così via. Prendiamo invece Gravity di Alfonso Cuarón. La protagonista – unica, assoluta – è Sandra Bullock, intreccio androgino di nervi tesi, riassume su di sé l’intero genere umano, in un istinto di sopravvivenza che trascende il genere sessuale. Non capita tanto spesso in un film sci-fi – anche se Gravity non è esattamente fantascienza.mediacritica_le-migliori Dalle guerriere impassibili di Via Castellana Bandiera (che si sfidano mute, mentre attorno il chiacchiericcio maschile assorda) alla viaggiatrice solitaria di Tracks (che vuole attraversare da sola il deserto per dimostrare che “chiunque può fare qualunque cosa”), molte donne della 70a mostra lidense sembrano rappresentarsi (al di là della qualità dei rispettivi film) più complete e tenaci rispetto a una carrellata di personaggi maschili persi, confusi. Le più femministe di tutte, però, sono le giovanissime protagoniste di We Are the Best!, dello svedese Lukas Moodysson. E’, come sempre, una questione di sguardo: quello che origina il mondo, quello che restituisce una visione delle cose. Bobo, Klara e Hedwig hanno tredici/quattordici anni nella Stoccolma degli anni 80. Sono delle outsider, un po’ come chiunque alla loro età. Scelgono il punk come categoria d’appartenenza, soffiando sul fuoco di una musica vitale in barba a chi continua a decretarne la morte. Capelli cortissimi, animo teppista, imbracciano strumenti di cui non conoscono le regole per puro spirito di contraddizione, per urlare a squarciagola che lo sport fa schifo, e che un po’ fa schifo anche tutto il resto, fa schifo in quel modo meraviglioso e irripetibile degli infiniti pomeriggi grigi da teenager. E, per favore, non definitele “una girl band”. Sono amiche. Sfogano l’insoddisfazione verso i grandi, vomitano sui vinili del fratello maggiore a causa di un bicchiere di troppo, e se anche litigano per un ragazzo, finisce che fanno pace nel tempo di un tragitto in pullman. We Are the Best! è il film più femminista di Venezia 70 perché Bobo, Klara e Hedwig non sono funzione di nessuno, se non di se stesse: non hanno bisogno di un genere che le definisca, a meno che quel genere non sia il punk. In un immaginario culturale in cui la donna non si dà (quasi mai) se non come oggetto di desiderio altrui, Bobo, Klara e Hedwig affollano lo schermo dei loro personalissimi desideri ancora indefiniti, approfittando di un’età in cui l’identità è tutta da costruire. Come sempre, è una questione di sguardo: quello che vediamo, quello che vogliamo vedere (non stupisce, allora, che una quantità di siti e testate, nel riportare la sinossi del film, parli di “tre ragazzini che formano una band”. Chi altri potrebbe formare una band punk negli anni 80 se non dei maschi? Appunto). E se il cinema – con i suoi codici, le sue leggi, i suoi generi – (il più delle volte) è uno sguardo maschile, siamo grati alle protagoniste di We Are the Best! per il fatto di non porsi nemmeno il problema. Hanno cose più importanti cui pensare, tipo la prossima bravata o la prossima canzone. Non vediamo l’ora di smettere di porcelo anche noi.

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