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Chappaqua (1966)

sabato 19 Ottobre, 2013 | di Mattia Filigoi
Chappaqua (1966)
Film History
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SPECIALE BEAT GENERATION
I’ll see you in Chappaqua
C’era un tempo, a cavallo tra gli anni ’50 e i ’60 del secolo scorso, dove il dietilamide-25, noto ai più come LSD, acido lisergico, era una scoperta relativamente recente che si prestava a ogni tipo di sperimentazione clinica e ricreativa, anche perché era legale.

Era il tempo di Huxley e Ginsberg, di Timothy Leary e degli acid test dei Grateful Dead, di Augustus Oswley, di Andy Wahrol e del Greenwich Village, dei sitar e dei fiori nei capelli, un periodo dove le droghe, poiché in grado di modificare le percezioni sensoriali,mediacritica_chappaqua1a erano viste come strumento perfetto per estendere la creatività artistica. E cosa c’è di meglio se non il cinema per replicare efficacemente le esperienze visive di un trip lisergico? La musica, verrebbe da dire a posteriori e paradossalmente, data la pessima e infinita produzione di pellicole amatoriali autofinanziate, dirette, interpretate  e poi dimenticate da fattoni convinti di realizzare il film lisergico per eccellenza. Tra i pochi casi meritevoli di discussione, Chappaqua di Conrad Rooks è riuscito a diventare manifesto del pensiero beat e splendido documento di un’epoca, al di là degli evidenti meriti tecnici. Il film è semi-autobiografico: Rooks mette in scena con allucinata sincerità la sua vita di ricco ubriacone strafatto interpretando il protagonista Russel Harwick, un ricco ubriacone strafatto – appunto – che va in una clinica privata per disintossicarsi da alcol e allucinogeni. L’intera pellicola è un susseguirsi di deliri visionari, il viaggio di un tossicomane in crisi di astinenza dentro se stesso, i suoi timori, i suoi sogni e i suoi ricordi, dove lo spazio e il tempo non esistono più e la realtà si piega alle sue emozioni e ai suoi desideri. Harwick/Rooks, e con lui tanti altri, in quei primi anni ’60, vorrebbe solo raggiungere uno stato di serenità mentale, di un equilibrio tra il suo essere e la società che lo circonda e influenza, una sensazione, un luogo ideale che identifica nel paesino di Chappaqua, New York, luogo della sua infanzia, che dapprima cerca con gli allucinogeni e poi tentando la carta della disintossicazione forzata. Riuscirà a librarsi in volo, verso la sua Chappaqua, ma il commovente lieto fine genera più dubbi che certezze su quale si sia rivelata la strada giusta. Più probabilmente, Rooks non la vuole proprio indicare, non conoscendola bene lui stesso, allineandosi in questa ambigua visione al pensiero beat allora corrente, che vedeva le grandi potenzialità della sperimentazione creativa degli allucinogeni, pur sapendo che il suo uso sviluppava nel consumatore tendenze verso l’annichilimento del sé. E’ in questa contraddizione, più che per il fatto che a recitarvi vi siano grossi nomi della cultura beat e underground (Ginsberg, Burroghs, Orlovsky, Ornette Coleman, Ravi Shankar…), che Chappaqua è tra le opere più riuscite del suo genere, nel suo riassumere con lisergica lucidità la cultura e le contraddizioni di una società che di lì a poco avrebbe subìto sostanziali cambiamenti, e a raccontarle nella forma più sperimentale possibile senza cadere nel ridicolo (il che non è facile).

Chappaqua [id., USA/Francia 1966] REGIA Conrad Rooks.
CAST Conrad Rooks, Jean-Louis Barrault, William S. Burroughs, Allen Ginsberg, Paula Pritchett.
SCENEGGIATURA Conrad Rooks. FOTOGRAFIA Robert Frank. MUSICHE Ravi Shankar.
Sperimentale, durata 82 minuti.

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