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Un personaggio alla deriva

mercoledì 30 Ottobre, 2013 | di Sara Martin
Un personaggio alla deriva
Editoriale
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Quando un buon consumatore di serialità televisiva tiene sul suo dekstop per più di una settimana il secondo e il terzo episodio della nuova, attesissima stagione di una delle sue serie preferite, qualcosa non va. Lavoro, adeguamento al fuso orario… solo scuse. Il tempo si trova se c’è l’urgenza di ricongiungersi al proprio eroe seriale.

Chi scrive ha lasciato passare troppi giorni prima di affrontare il secondo e il terzo episodio della terza stagione di Homeland. E il quarto è ancora là che attende di essere aperto da VLC. Il personaggio di Carrie Mathison è valso a Claire Danes due Emmy e due Golden Globe (e molti altri importanti riconoscimenti); è stato considerato dalla maggior parte dei critici televisivi (basta fare un giro su Metacritic per farsi un’idea) uno dei caratteri più completi, elaborati e disturbati degli ultimi anni nell’intero panorama seriale.mediacritica_un-personaggio-alla-deriva Carrie è un’agente della Cia reclutata durante gli anni del college poco più che ventenne da un saggio e barbuto veterano dell’Agenzia. Homeland inizia con il fallimento di una sua missione in medio oriente che pare averle compromesso la carriera; a questo si aggiunge una relazione finita male con il direttore CTC David Estes. La donna svela la sua forza, il suo coraggio, la sua fragilità e allo stesso tempo e la sua determinazione a partire da una situazione negativa e mano a mano che si rivela, lo spettatore ha la sensazione di aver incontrato il valido erede dell’eroe più potente del decennio, Jack Bauer (gli autori Alex Gansa e Howard Gordon hanno scritto sia Homeland che 24), un interprete perfetto del suo tempo (quello che ha avuto un decennio per metabolizzare il 9/11). Ma Carrie, a differenza del semidio Jack, è affetta da un disturbo bipolare capace di illuminare le sue indagini e contemporaneamente di azzerare il suo controllo emotivo. A causa della malattia di questo personaggio non siamo mai certi del suo giudizio, non sappiamo fino a dove arriva la sua paranoia, non sappiamo se l’attrazione fatale nei confronti dell’antagonista (?) Nicholas Brody sia reale o simulata. E quando avevamo creduto di aver capito come stavano le cose, è arrivato il cliffhanger della season finale della seconda stagione: tutto da rifare. Nel primo episodio della terza stagione Carrie è completamente fuori controllo, nel secondo episodio è rinchiusa in un manicomio, nel terzo è ancora sopraffatta dai suoi fantasmi, ha gli occhi spiritati, la faccia scomposta, gesticola rigidamente. È la caricatura di se stessa (già parodizzata e imitata in più occasioni durante le scorse stagioni; memorabile l’imitazione al

target=”_blank”>Saturday Night Live da parte della Hathaway). Pare che gli autori di quella che sembrava essere una delle migliori serie televisive degli ultimi anni abbiano perso di vista l’obiettivo. Pare che si siano lasciati vincere da quell’interpretazione talvolta sopra le righe della Danes che ha fatto la fortuna del personaggio e ora è responsabile della sua deriva. Pare che l’eccesso interpretativo stia diventando oggi una cattiva abitudine nel cinema e nella televisione. Nonostante ciò a Homeland vogliamo dare ancora una chance: arriviamo almeno al giro di boa della sesta puntata. Poi ne riparliamo.

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