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E ora parliamo di… Steve McQueen

mercoledì 26 Febbraio, 2014 | di Michele Galardini
E ora parliamo di… Steve McQueen
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Il corpo sopra tutto
Parliamo del video-artista inglese Steve McQueen. Parliamo di lui e del suo ultimo film, 12 anni schiavo, giustamente osannato dalla critica e, fortunatamente, anche dal pubblico che ormai comincia ad abituarsi al linguaggio spoglio ma espressivo di questo signorone classe 1969.

La strada che separa il suo primo approccio alla macchina da presa con l’approdo al lungometraggio, in un lungo periodo che va al 1993 al 2008 ci racconta di un artista che non solo ha cercato costantemente di maturare il suo linguaggio ma che – e questa non è cosa banale – ad un certo punto è riuscito a spiccare il salto verso la lunga misura senza risentire del volo. Non tutti sono in grado di mediacritica_steve_mcqueencompiere in modo indolore questo passaggio, Gondry è un’eccellente eccezione, e anche in campo letterario grandi maestri come Raymond Carver hanno tentennato una volta usciti dai limiti del racconto breve.
McQueen, invece, nel momento in cui dirige il suo primo film all’età di trentanove anni, mostra già una maturità e una profondità di sguardo rari e preziosi. Hunger è un pugno nello stomaco, il primo, impietoso ma mai melodrammatico nello sguardo, una prospettiva umana della storia che passa per il corpo dell’attore feticcio Michael Fassbender. Il “suo” Bobby Sands, membro dell’IRA imprigionato nell’Irlanda del Nord, è una figura rivoluzionaria, sporca, un corpo prosciugato e sbattuto, ripreso con implacabile crudezza, quasi si viaggiasse sempre sul limite fra finzione e documentario. Che la centralità del corpo sia strumento indispensabile per non fare della perfezione formale una sorta di manierismo asettico, lo si capisce definitivamente nel successivo Shame, uscito tre anni più tardi (anche se da noi vennero proiettati praticamente in contemporanea). Shame è un film pesante, se si ha la voglia di leggerlo senza pregiudizi, senza cadere nella trappola del facile moralismo e nella ricerca incessante di un messaggio universale o, ancora peggio, di un “colpevole”. In questo film McQueen prosegue la sua indagine sul corpo partendo dal voyeurismo, nostro, dalla malattia, del protagonista, ma anche dal corpo sonoro, della sorella Sissy (Carey Mulligan), che in un’incredibile performance quasi completamente in piano sequenza canta New York, New York dialogando col fratello attraverso gli occhi, la bocca, giù fino alla laringe e al diaframma. Parti del corpo coordinate per esprimere un’emozione. Arriviamo, infine, a 12 anni schiavo, ovvero l’elevazione del corpo a unico soggetto meritevole di essere ripreso. Che sia Solomon Nortup o uno dei suoi compagni di sventura, la scena è abitata da corpi martirizzati, quadri di dolore, linee geometriche che dividono un ambiente povero, campestre, divenendo quasi installazioni. Ed ecco che dopo la performance di Carey Mulligan in Shame McQueen osa ancora di più nei circa tre minuti in cui si sviluppa la sequenza della tentata impiccagione del protagonista. In quei tre minuti, da molti giustamente sottolineati, il corpo di Solomon è come posizionato al centro di un museo, scultura in movimento alla quale gli spettatori diegetici guardano distrattamente mentre i nostri occhi da spettatori da sala sono spalancati e tenuti fermi, quasi fossimo tanti piccoli drughi da riabilitare. Il percorso che ha portato McQueen ai vertici del cinema entra ora nella sua fase più impervia poiché il confronto con un’opera a suo modo perfetta come 12 anni schiavo sarà sempre presente. Una cosa è sicura: è nato un nuovo grande autore.

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