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Pride

sabato 13 Dicembre, 2014 | di Juri Saitta
Pride
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Nel solco di una tradizione
La “commedia proletaria” è diventata ormai un vero e proprio filone del cinema inglese, quasi una sorta di “sotto genere” che affronta in modo più o meno leggero diverse problematiche politiche e sociali, come per esempio la disoccupazione (Full Monty) e la battaglia per l’aumento salariale delle donne che lavorano in fabbrica (We Want Sex).

Pride di Matthew Warchus si muove pienamente in questo ciclo: ambientato durante l’anno di sciopero dei minatori contro il governo Thatcher, il film vede al centro un gruppo di omosessuali che decide di sostenere gli operai raccogliendo finanziamenti mediacritica-Pride-per la loro causa. L’unica organizzazione di minatori che accetta, con qualche riluttanza, il loro sostegno viene da un paese sperduto del Galles. Il film di Warchus segue quasi completamente i canoni del proprio filone, sia per la continua alternanza tra momenti comici e sequenze drammatiche ed enfatiche, sia per l’assoluta linearità della narrazione, strutturata in fasi ben riconoscibili e prevedibili, ma indubbiamente efficaci: si parte con un personaggio che pensa e propone un’idea quasi folle, si prosegue con l’attuazione dell’iniziativa e il superamento delle varie difficoltà, si va avanti con una caduta seguita da un momentaneo scoraggiamento e si conclude il tutto con un ricompattamento generale. L’opera però non si concentra tanto sulle battaglie dei lavoratori, quanto sul rapporto tra due gruppi molto distanti per cultura e provenienza (i minatori tradizionalisti del Galles e gli omosessuali progressisti di Londra), un rapporto che “libererà” i singoli e la collettività dai pregiudizi, dalla timidezza e dalle paure. L’evoluzione psicologica e comportamentale di alcuni personaggi (per esempio il ventenne gay e la proletaria gallese più irruenta) ne è una palese dimostrazione. In questo modo, Pride diventa – più che un film sulle conquiste civili e operaie – un’opera sul superamento dei preconcetti e dei limiti, soprattutto individuali, in quello che forse è il vero e unico “sgarro” ai canoni del filone d’appartenenza. Tutto in un prodotto che unisce comunque le battaglie collettive alle lotte dei singoli, proprio come accade in altre “commedie proletarie”. È perciò evidente che Warchus non voglia inventare nulla, ma che cerchi invece di realizzare una buona variante di una tipologia cinematografica già consolidata. E tutto sommato ci riesce, grazie a un buon ritmo narrativo, a un cast complessivamente affiatato e, soprattutto, a dei momenti brillanti e divertenti, talvolta purtroppo interrotti da qualche sequenza eccessivamente retorica. Un difetto perdonabile anche perché fa parte dei rischi insiti di questo “sottogenere”.

Pride (id., Gran Bretagna 2014) REGIA Matthew Warchus.
CAST Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West, Andrew Scott, George MacKay.
SCENEGGIATURA Stephen Beresford. FOTOGRAFIA Tat Radcliffe. MUSICHE Christopher Nightingale.
Commedia, durata 120 minuti.

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