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E ora parliamo di… David Fincher

sabato 20 Dicembre, 2014 | di Massimo Padoin
E ora parliamo di… David Fincher
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SPECIALE DAVID FINCHER
L’assassino dentro di me
Alla ricerca del serial killer, per decriptare la trappola dell’assassino dentro cui siamo finiti in mezzo tutti. Per questo ci è sempre rimasto nella memoria David Fincher e il suo capolavoro Seven, capostipite assieme a Il silenzio degli innocenti del thriller contemporaneo, intriso di quell’uggiosa disperazione e di un’umanità che gioca a perdere, tutta.

Ci creiamo una prigione in cui mettere il peggio di noi stessi, per nascondere e dimenticare ciò che giudichiamo, come sul pianeta Fiorina 161 di Alien 3, ma lo stesso rimane necessario un atto di ammissione sul male che alberga dentro di noi, un sacrificio quasi cristologico, ma contrario. Una prigione che può apparire anche come una forma differente di clausura, di un gioco – The Game – machiavellico passatempo per ricchi che si divertono a guardare le estreme conseguenze generate da una messa in scena.mediacritica_e_ora_parliamo_di_david_fincher Film-rompicapo, la cui forma in Fincher strutturalmente ritorna sia direttamente che indirettamente, è proprio questa la natura di un cinema che racchiude l’umanità dentro le scatole cinesi di un pessimismo claustrofobico delle proprie ansie e paure, intime come quelle di una stanza nella propria abitazione (Panic Room) o societarie (Fight Club). Quello che vediamo in fondo è un gioco di prospettive – opposte e coincidenti come tra Benjamin e Daisy ne Il curioso caso di Benjamin Button -, sapere o meno chi è Tyler Durden poco importa perché solo un punto di vista dato allo spettatore, ma è la tensione costante creata da una focalizzazione sempre molto stretta ai protagonisti e contrapposta allo sguardo allargato nei confronti del contesto. Zodiac è anche questo, il crollo di singole individualità dentro il gioco/minaccia della paura preventiva di un nemico esterno e invisibile. L’archeologia del terrore si affaccia sul terrorismo contemporaneo, ma è proprio dalla scomparsa del killer (da metà pellicola in poi il nome di Zodiac riecheggia soltanto) che fa diventare la vicenda di dominio pubblico un’ossessione tutta privata. Guardare al dettaglio gli oggetti, come nel videoclip di Only dei Nine Inch Nails, stravolgendo le proporzioni in Love Is Strong dei Rolling Stones e generare una patina illuministica che riempie lo spazio vuoto attraverso l’esaltazione volumetrica della luce – sia per Madonna (Vogue e Bad Girl) che propria di tutto il primo periodo – sono segno di un’estetica che guardava principalmente al disegnare in modo espressionista il contorno delle figure, cercando la materialità dell’oggetto. Ciò si scontra con la levigatura nella superficie delle cose nel dittico social-digitale (The Social Network e Millenium) che delinea una società immateriale, lontana da quella capitalistica dei demoni del possesso, sostituendo la granulosa esteriorità dei palazzi in cemento e mattoni con la liscia plastica dei laptop. Ma sempre di prigioni parliamo, si smuovono montagne per la persona amata ma questa montagna – il social network – riafferma la solitudine di quella gabbia esistenziale. Tutto appare come una messa in scena, tutto è quasi finto, perché la verità stessa si scioglie indistintamente tra versioni contrastanti, come per i segreti della famiglia Vanger o le infinite udienze per decretare la paternità del social. E Gone Girl alla fine è tutto questo, farsa sociale e mediale insieme, nella quale ritorna l’indagine di un probabile assassino, perché per Fincher la ricerca è pur sempre movente su un punto di vista intimo, sociale, pessimista, che non prevede liberazione. La prigione è completata e a buttare la chiave siamo noi stessi.

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