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American Sniper

sabato 3 Gennaio, 2015 | di Michele Galardini
American Sniper
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L’autorialità quando non serve
Ci sono tre tipi di persone nel mondo: le pecore, i lupi e i cani da pastore. Chris Kyle fa parte di quest’ultimo gruppo. Che si tratti del fratello minore picchiato dai bulli o dei militari americani che cadono come mosche nella guerra in Iraq, per lui non fa differenza: è nato per difendere il prossimo.

Quando l’11 settembre 2001 vede le Twin Towers crollare su se stesse, capisce che il suo futuro non è più al fianco della moglie ma della patria. Si arruola nei Navy Seal e viene spedito in Iraq dove, grazie alle sue incredibili capacità come cecchino, si guadagnerà il titolo di “leggenda”. Una storia vera che nessuno voleva dirigere quella di Kyle, abilissimo tiratore texano, ucciso nel 2013, a 39 anni, mediacritica_american_sniperda un reduce che stava seguendo per un programma di riabilitazione. Prima David O. Russell, poi Steven Spielberg e, infine, Clint Eastwood hanno prestato il loro nome alla riduzione cinematografica dell’autobiografia American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History che Kyle scrisse nel 2012. Questo per dire che non siamo qui a parlare, come nella migliore tradizione degli auteurs, di un film di Clint Eastwood ma di un prodotto che il regista americano si è trovato fra le mani, però con la strada spianata. Merito di un racconto incentrato su di un unico personaggio forte (praticamente una costante nella sua filmografia) attraverso cui vivere e interpretare la storia americana. Abbandonata la tank-camera di The Hurt Locker, l’immersione nel trauma dello scontro avviene nel momento in cui, paradossalmente, lo scontro è terminato: a casa. Dopo ognuno dei suoi quattro turni in Iraq alla caccia dei terroristi vicini a Bin Laden, Kyle lascia sul campo un pezzo del suo cuore e delle sua anima, strappandoli dal calore della vita domestica. La sua vita lontano dai grigi tetti spigolosi si trasforma nell’attesa del prossimo scontro costellata da momenti impalpabili in cui la famiglia è niente più che una distrazione. Kyle incarna in modo trionfante il patriottismo fumettistico di Capitan America. Entrambi leggende, entrambi costretti a rinunciare all’idea di una famiglia, entrambi interventisti fino all’osso, servono il loro Paese con cieca fedeltà ma, al contrario di Steve Rogers, in Kyle la traccia del mito, dello scontro con gli dèi, diventa la cicatrice che mette a nudo la vulnerabilità (e l’avventatezza) di un Paese che ha ben poco di leggendario. Il tocco di Eastwood si riconosce nell’insistenza forsennata e disillusa sul dramma personale di un uomo, nello sguardo innocentemente patriottico che cammina sul filo senza mai precipitare nella banalità, oltre che nelle bellissime sequenze di guerra (su tutte la sparatoria nel bel mezzo di una tempesta di sabbia). In mancanza di questi tre elementi dovremmo parlare di un buon prodotto tipicamente americano, per il quale, forse, non ci sarebbe stato bisogno di scomodare, a tutti i costi, non uno ma ben tre grandi nomi del cinema contemporaneo.

American Sniper [id., USA 2014] REGIA Clint Eastwood.
CAST Bradley Cooper, Sienna Miller, Kyle Gallner, Max Charles, Luke Grimes.
SCENEGGIATURA Jason Hall (tratta dal libro American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History di Chris Kyle, Scott McEwen, Jim DeFelice). FOTOGRAFIA Tom Stern. MUSICHE Joseph S. DeBeasi.
Guerra/Drammatico, durata 132 minuti.

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