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Fury

sabato 31 Gennaio, 2015 | di Massimo Padoin
Fury
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La Storia violenta
C’è una certa tendenza da parte di alcuni nuovi registi a mettere in scena i propri gusti, l’esercitare una memoria spettatoriale che spesso si dimostra esser troppo legata a schemi narrativi e iconografici.

Ad essere presi come modello sono quei film che chiaramente hanno contraddistinto la maturazione cinefila dei singoli registi, e che a loro volta guardavano al classico come esempio, ma con un’unica differenza, quella era una ricerca che andava a delineare un nuovo corso al cinema.mediacritica_fury Insomma c’è tanta New Hollywood in queste nuove leve che ricercano nel genere il modo migliore per rispettare il proprio feticismo. Prendiamo ad esempio Gangster Squad di Ruben Fleischer, pensato senza tanti giri per essere una versione odierna de Gli intoccabili, l’attenzione esasperata alla ricreazione del contesto diviene unico punto d’interesse, eccedendo di fatto nel tono. Un film che sottolinea la sua natura finzionale fino allo sfinimento, andando incontro alla sua pochezza per essere semplice pellicola di riproposizione. Insomma cinema post postmoderno nell’accezione più negativa. Fury fondamentalmente fa lo stesso, chiaramente con tutt’altro tono e privo di quel vuoto significativo di Gangster Squad, prende un genere, il war movie, e come ci si cala? Attraverso gli occhi di un novellino mandato in prima linea dentro un carro armato, niente di più lineare da immaginare. Il contatto con la dura realtà della guerra lo fa crescere mentre il rapporto con i commilitoni lo forma, e in particolar modo quello di amore e odio con il tenente Collier, padre putativo di tutto la squadra. È chiaro che dietro a Fury ci sia una passione per il genere, e in particolare legata ad Apocalypse Now in cui la dissolvenza incrociata diviene allo stesso modo segno marcatore dell’indelebile orrore della guerra, e il carro armato come la barca sono contraltare intimo della globale follia bellica. Le affinità si fermano qui però, perché la spettacolarizzazione in Fury ne sembra essere fine ultimo implicito, saette luminescenti di proiettili che sorvolano la corazza del carro e fulminee scene di violenza. Fury in fondo vuole essere semplicemente rappresentazione della guerra come brutta, sporca e cattiva, i buoni e i cattivi sono divisi solo ideologicamente ma nei fatti non c’è proprio differenza. La Storia è violenta, punto, e chi fa la Storia sono gli umani, semplice assioma incontrovertibile. Ma questa guerra è sporca solo in superficie, è una guerra d’eroismi improvvisati, di violenza spettacolarizzata, seppur se per brevi frammenti, Fury ha tutti questi elementi ma li usa nel modo peggiore, accavallandoli. È una pellicola che vorrebbe esser ricoperta di terra come Salvate il soldato Ryan ma ci tiene fin troppo a dirlo, è un’opera che vuole parlare dell’ineluttabile violenza della Storia ma ne è troppo tronfia per quella che mette in scena, è un film che crede (e riesce a far credere per buona parte) di esser punto di vista insolito sul conflitto bellico ma diventa invece semplice prospettiva alternativa e spettacolarizzante. Fury, in fondo, è probabilmente un film che ha visto troppi film.

Fury [id., USA 2014] REGIA David Ayer.
CAST Brad Pitt, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Michael Peña, Jon Bernthal.
SCENEGGIATURA David Ayer. FOTOGRAFIA Roman Vasyanov. MUSICHE Steven Price.
Guerra, durata 134 minuti.

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