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Youth – La giovinezza

sabato 23 Maggio, 2015 | di Francesco Grieco
Youth – La giovinezza
In sala
8
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Voto autore:

SPECIALE TARDA PRIMAVERA (E ALL’IMPROVVISO SEI VECCHISSIMO)
Young and innocent
Dalla Roma di estenuante splendore architettonico de La grande bellezza Paolo Sorrentino passa alla più anonima Svizzera, sempre fotografata dall’impeccabile Luca Bigazzi, che sovente isola i solitari protagonisti in pittorici campi lunghi dove il paesaggio, naturale o no, sovrasta l’umano.

Dall’ammiccante descrizione del neocafonal capitolino nel film precedente, si passa nel più intimista Youth, che è anche film di attese, di sguardi e primi piani, ai problemi esistenziali di un gruppo di artisti (anche del pallone: Maradona! O della levitazione: il monaco buddista) in crisi o in declino – compreso il giovane attoremediacritica_youth_la_giovinezza_290 (un convincente Paul Dano) prigioniero del ruolo di un robot in un film commerciale -, tutti in vacanza nel lussuoso hotel svizzero dov’è ambientato quasi tutto il film. Come si capiva anche dal sottovalutato This Must Be the Place, nelle coproduzioni internazionali Sorrentino non perde minimamente il suo stile, caratterizzato soprattutto dalla forte presenza di musiche eterogenee, dai dialoghi ricchi di frasi ad effetto e continuamente oscillanti tra aforismi, citazioni letterarie, cazzeggio filosofeggiante e banalità, infine – ed è probabilmente ciò che più infastidisce i suoi feroci detrattori, che preferiscono cineasti più rigorosi e sobri – dal gusto spettacolare, formalista delle immagini e dai movimenti di macchina virtuosistici. Non mancano le scene oniriche, in Youth; c’è un videoclip di Paloma Faith, che, come fanno qui nelle loro performance musicali Mark Kozelek e Sumi Jo, interpreta se stessa; c’è anche un’allucinazione del regista Mick (Harvey Keitel), che vede davanti a sé, nei loro abiti di scena, tutte le attrici dei film di vario genere che ha diretto. Insomma, i momenti di fuga dalla realtà, principalmente verso il passato, dove Sorrentino visivamente si può sbizzarrire, ci sono, ma anche nella concreta e quotidiana routine dell’hotel – il tempo, tema chiave del film, che sembra non passare mai o che si ripete sempre uguale – la cinepresa spesso si diverte a soffermarsi, con sguardo circense, sui corpi degli individui, inquadrati in azioni grottesche, come la massaggiatrice giovanissima, con l’apparecchio ai denti, che balla She Wolf di David Guetta e Sia. La stessa ragazza che, in questo film in cui la maggior parte dei personaggi, pessimi padri, coniugi glaciali o figli allo sbando che siano, non riesce ad esprimere le proprie emozioni nemmeno in presenza dei propri cari, spiega al compositore Fred (Michael Caine) l’importanza del contatto fisico come forma di comunicazione più potente della parola. Qualche scena dopo, non a caso, si ascolta la voce, extradiegetica, del grande Bill Callahan che all’inizio di The Breeze canta proprio “I’d like to touch you, but I’ve forgotten how”. L’apatico Fred, che ha fatto di tutto per non diventare un intellettuale e nella vita riesce a comprendere solo la musica, dice a un certo punto “le emozioni sono sopravvalutate”, mentre per il suo amico/doppio Mick, che vuole girare il film L’ultimo giorno della vita, le emozioni “sono tutto quello che abbiamo”. E con sottile sadismo cinefilo, è una cover della Reality de Il tempo delle mele a diagnosticare in musica ai protagonisti, vecchi che forse non sono mai cresciuti, l’incapacità di vivere la realtà e il presente, la nevrosi di una nostalgia mutatasi in cronico e rassegnato disadattamento.

Youth – La giovinezza [Youth, Italia/Francia/Gran Bretagna/Svizzera 2015] REGIA Paolo Sorrentino.
CAST Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda.
SCENEGGIATURA Paolo Sorrentino. FOTOGRAFIA Luca Bigazzi. MUSICHE David Lang.
Drammatico, durata 118 minuti.

8 Comments

  1. A. Moschioni says:

    Dai, alla fine ti è piaciuto Franz!

  2. Stefano says:

    L’ho visto ieri sera e sono d’accordissimo con voto e recensione!

  3. Horse On Wheels says:

    Purtroppo la mia personale verità è che se avessi visto un film del genere SENZA sapere fosse di Sorrentino… penserei ad un film presuntuoso, che gironzola attorno a mille concetti senza approfondirne neanche uno, che si specchia continuamente su se stesso e sui suoi virtuosismi. Ah però è di Sorrentino… allora lo salvo.

  4. cugno says:

    Dalla recensione pare sia il solito film autobiografico di un regista annoiato

  5. Frances says:

    Ma chi gliele scrive le sceneggiature a Sorrentino? O meglio, perchè si ostina a scrivere sceneggiature Sorrentino? Un continuo di frasi da baci perugina, falsamente profonde, retoriche, posticce, inverosimili. Che ti viene da ridere per quanto si prende sul serio quest’uomo. I danni che fa un premio Oscar. Al di là dello stile ridondante e ultra-barocco, con quella macchina da presa che ondeggia continuamente tra un dolly e l’altro, e quel profluvio inutile di stacchi di montaggio in movimento, che può piacere o meno, ma è possibile che lo spettatore medio (e qualche critico ahimè) trovi interessanti sceneggiature e personaggi così? Che si emozioni davanti a un soliloquio presuntuoso di un regista a immagine e somiglianza dei personaggi che mette in scena? Che non si accorga del vuoto cosmico dietro a una forma fine a se stessa? Che si faccia intrigare da situazioni surreali create a tavolino per il gusto di dire “mo’ mettiamoci questo, vediamo che raffinata metafora quei simpaticoni dei critici ci trovano dentro, vediamo quanto riesco a far dire allo spettatore medio: non c’ho capito niente, però bellissimo, belle immagini, poetiche ahh” Una c***o di storia, Sorrentino, racconta una c***o di storia. Personaggi che compiono azioni, che si muovono nello spazio. Pietà, basta con le seghe mentali e le visioni di gente ricca e improbabile e annoiata e superficiale. Oppure raccontacela anche, ma con uno sguardo critico, non così. Dov’è finito Il Divo? Dov’è? (scusate lo sfogo!)

  6. Logos says:

    Frances, non pensi che invece è il tuo commento ad essere presuntoso? Forse è questa tua presuntuosità che non riesce a farti vedere e sentire determinati film, che poi vanno ben oltre una frase poetica.
    Come c’è scritto in un articolo: “La verità non è mai bianca o nera, è nelle sfumature…ecco cosa sono i film di Sorrentino: sfumature. I colori sono tutti lì, devi solo saperli osservare. Se non ci riesci, la colpa è solo tua.
    Ecco, questo è per me Youth – La giovinezza, un film sulle sfumature della vita, che a distanza di giorni dalla sua visione continua a vivere dentro di me, provocandomi delle emozioni molto forti.
    È uno di quei film che rivedrei decine di volte senza stancarmi mai, come un buon libro…ad ogni visione cambia, perché ad essere diverso sei tu ed il tuo punto di vista.”
    (Francesco Ambrosino, Medium.com)

  7. Frances says:

    Presuntuoso? Mah, è la mia opinione, senza citare opinioni di altri per poi farle mie. Ambrosino parla di “emozioni che vivono dentro di lui”, benissimo. Non mi pare un commento tecnico o vagamente oggettivo, è pura soggettività. Io ho molti film che “vivono dentro di me” e che non mi stanco mai di rivedere, giustissimo, ma non Youth. Ma ripeto, a un’opinione così soggettiva non c’è modo di ribattere, perché non ha senso farlo. Come se io avessi un umorismo perverso e trovassi divertentissimo Dancer in the dark di Lars von Trier. Non è oggettivamente un film divertente, né si può dire che la vicenda tragica abbia un che di umoristico. Ma io mi sbellico dalle risate. Perché mi piace così. Ma non mi azzarderei mai a scrivere o a parlare di Dancer in the dark come di un film comico.

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