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Il cinema dove non te lo aspetti

sabato 21 novembre, 2015 | di Gabriele Niola
Il cinema dove non te lo aspetti
Editoriale
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Eravamo così concentrati a guardare le molte maniere in cui i videogiochi più narrativi (quelli d’azione o i giochi di ruolo) cercano di imitare il cinema, in attesa spasmodica di una novità o di qualcuno che potesse davvero mescolare i due linguaggi e generare una scintilla, da rischiare di perdere uno degli esperimenti migliori, nascosto tra le simulazioni sportive.

Il punto è che bastava davvero poco. I videogiochi sono diretti malissimo, quasi sempre, e da tutti i punti di vista. Sono scritti aderendo a cliché così esauriti da non saper più dire niente (sembrano l’ultima roccaforte di un machismo ingenuo, buono forse solo per l’Europa dell’Est), messi in scena seguendo le linee più elementari del linguaggio, totalmente privi della capacità di comunicare visivamente (tanto che quando arriva un gioco come The Last of Us, capace di generare qualche immagine degna di nota, sembra di essere di fronte ad una rivoluzione) e infine montati tutti alla stessa maniera con una rapidità che non è mai ritmo ma solo impressione.
Non stupisce allora che nel momento in cui un cineasta vero, Spike Lee, si sia cimentato realmente, arrivi uno spartiacque. La modalità carriera di NBA2K16 è stata infatti curata dal regista di He got game e grande tifoso dei Knicks. Spike Lee ha creato molto semplicemente un film, con tanto di titoli di testa nel suo stile e un titolo, Livin da dream, che poi ha spezzato in diverse cut scenes per puntellare l’ascesa del giocatore dalle squadre scolastiche all’università fino all’NBA. Niente di più semplice e vecchio stampo. Tra partita e partita assistiamo alla storia di Freq e della sua famiglia, del suo agente (l’incomparabile Dom Pagnotti) e delle squadre in cui finisce, ma soprattutto dei problemi creati alla sua nuova vita da star e campione dal background da cui proviene (ovviamente i sobborghi di New York).
La scintilla sta in come, sebbene nelle simulazioni sportive il gameplay debba rimanere rigorosamente separato dal racconto, lo stesso la storia di Spike Lee finisca per influenzarlo. Giocare le partite della carriera in Livin da dream è il doppio più difficile, perché la complessità della scrittura dei personaggi e la loro ambiguità rende la storia di Freq onesta e vera, le sue scene in luoghi sempre originali gli danno un respiro empatico che non ti lasci dietro sul campo. Questo avviene non per questioni tecnologiche ma perché noi che giochiamo e vediamo la storia non possiamo essere indifferenti al racconto che ci viene fatto, perché quel che vedi e senti ha un’influenza. Spike Lee non ha agito sulla tecnologia ma sul giocatore. La tensione tra quel che era e quel che è diventato Freq, la sua reticenza a tagliare i ponti e la maniera in cui rischia di alienarsi la gemella Cee Cee, durissima ma anche amorevole ancora della sua vita, sono un peso in ogni partita. Tanto che poi tornare a giocare normalmente, in multiplayer o in partite veloci è quasi un sollievo.
Il cinema del resto lo dice da sempre, l’immedesimazione non sta nella partecipazione a tutti i costi all’avventura (la chimera dell’interazione) ma nella maniera in cui è raccontata una storia, anche se a distanza.

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