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Trieste Film Festival 2016: sezione “Nuovo Cinema Rumeno”

sabato 30 Gennaio, 2016 | di Filippo Zoratti
Trieste Film Festival 2016: sezione “Nuovo Cinema Rumeno”
Festival
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27° Trieste Film Festival – Alpe Adria Cinema, 22 – 30 gennaio 2016, Trieste

Racconti della (nuova) età dell’oro
L’ultima sequenza di Comoara di Corneliu Porumboiu contiene quello che potrebbe essere il manifesto del cosiddetto Nuovo Cinema Rumeno: al parco il protagonista Costi, dopo mille peripezie, consegna al proprio figlio e ai suoi amici uno scrigno colmo d’oro. Per i ragazzi Costi è una sorta di Robin Hood, un eroe che non delude le loro attese.

L’inquadratura si alza, si ferma sul sole – dell’avvenire! – che si staglia nel cielo e lì resta, fino ai titoli di coda. Tutto l’ultimo lavoro di Porumboiu riassume i connotati di una cinematografia che sta risorgendo dalle proprie ceneri, confrontandosi con i fantasmi di uno scomodissimo passato. Le tendenze sono due: lo sguardo tagliente e auto-ironico, da un lato; l’analisi impietosa della realtà, senza filtri né abbellimenti, dall’altro. Non è un caso che il sottotitolo della sezione “Nuovo Cinema Rumeno”, che il Trieste Film Festival ha con lungimiranza inaugurato quest’anno,mediacritica_nuovo_cinema_rumeno_290 sia “Tra favola e realtà”: la commistione di finzione e iper-realismo – osservando i 9 titoli proposti trasversalmente – è la prima cosa che balza all’occhio dello spettatore, attraverso percorsi che sembrano l’uno la prosecuzione dell’altro. È stata una stagione ricca di riconoscimenti per la Romania, perché tutti i grandi autori contemporanei hanno presentato opere significative: dal sopraccitato Porumboiu a Radu Muntean (One Floor Below), fino a Radu Jude (Aferim!, Orso d’Argento all’ultima Berlinale), le grandi manifestazioni internazionali hanno dovuto fare i conti con l’impensata crescita del Paese est-europeo, molto più compatta dei pur notevoli risultati ottenuti ad esempio dall’Ungheria (su tutti, Il figlio di Saul) e dalla Polonia (che fatica a svincolarsi dai maestri Kieslowski e Skolimovski). Lo sguardo su questa nuova età dell’oro potrebbe partire proprio da Aferim!, parabola sull’Europa nel tardo-feudalesimo che racchiude questioni molto attuali, per concludere la propria corsa con Why Me?, thriller che riflette sul fallimento di una generazione cresciuta sotto il comunismo e oggi incapace di modificare l’ambiente socio-politico favorito dalla Rivoluzione. In mezzo scorre il fiume dei documentari, al solito in grado di fornire un quadro esaustivo ed efficace: come Chuck Norris vs Communism, agrodolce ricordo di come negli anni ’80 la Romania, culturalmente e ideologicamente isolata, sia rifiorita grazie alla diffusione illegale di film americani in VHS (doppiati dall’inconfondibile Irina Nestor); o come Toto and His Sisters, dolente doc d’osservazione su un mondo che sembra aver dimenticato cosa significhi essere bambini. Ed è un piacere constatare come la Settima Arte, nelle dinamiche storiche di una nazione che per decenni ha ostracizzato la cultura, abbia ripreso il suo ruolo fondamentale. È ciò che in fondo ci insegna il romantico e utopico Cinema, mon amour, fiaba che narra le epiche battaglie del proiezionista/esercente Victor Purice per salvare il suo Dacia Panoramic Cinema, a Piatra Neamt. Oggi in Romania sulle 400 sale del periodo socialista ne sono sopravvissute meno di 30. È da quell’esiguo numero che bisogna orgogliosamente ripartire per ricominciare, tra favola e realtà, a sognare.

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