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In questo numero

Lo chiamavano Jeeg Robot

sabato 27 Febbraio, 2016 | di Massimo Padoin
Lo chiamavano Jeeg Robot
Speciale
3
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Voto autore:

SPECIALE VIVERE E MORIRE A ROMA
L’omo de fero
C’è chi astutamente adopera le proprie conoscenze e risorse economiche per costruirsi una corazza immensamente potente, chi invece nasce come esperimento militare e diventa un superuomo o chi per errore si ritrova a diventare verde per la rabbia e spaccare tutto.

Ma pensate se Iron Man, Capitan America o Hulk utilizzassero i loro poteri per sradicare un bancomat o assaltare portavalori. Probabilmente i tre non ne avrebbero bisogno, perché la retorica della Marvel poco avrebbe a che fare con queste piccole azioni criminose, ma se il supereroe in questione proviene dai sobborghi di Tor Bella Monaca, mediacritica_lo_chiamavano_jeeg_robot_290magari un pensierino ce lo fa. È così allora che Enzo deciderà di sfruttare i propri poteri di forza e resistenza sovrumana, ma del resto se la tua vita è sempre stata quella di vivacchiare tramite furtarelli meglio approfittare delle possibilità che il caso ti mette a disposizione. Lo chiamavano Jeeg Robot combina così due contesti opposti: l’ambientazione dei borghi romani (un realismo forse a tratti esasperato) con persone che sopravvivono sistematicamente grazie all’evasione dalla legge e alla sopraffazione brutale e coatta degli uni con gli altri, con l’inserimento dell’elemento fantastico dell’uomo comune che acquisisce superpoteri adoperandoli nell’unico modo a lui conosciuto, per vivere al di sopra dalla propria condizione esistenziale. È una combinazione che trova la quadra nel rapporto tra Enzo e Alessia, ragazza che ha perso il senno dopo la morte della madre e rifugiatasi dalla realtà nella sua ossessione per Jeeg Robot, capace di ritrovare paradossalmente un appiglio al mondo concreto proprio grazie all’unica persona che reale non può essere. Lo chiamavano Jeeg Robot diventa un Kick-Ass nostrano, che seppur dal punto di vista opposto mostra il supereroe nei panni dell’uomo medio, affronta il genere di petto, grazie anche alla solida regia di Gabriele Mainetti che sceglie i ritmi più adeguati tra l’action e lo sviluppo dell’intreccio criminoso (è d’obbligo menzionare lo Zingaro di Luca Marinelli, stupendo villain sopra le righe ossessionato dalla trash music italiana anni ’80) e una scrittura del racconto, per quanto canonica, ben strutturata ed equilibrata. L’opera di fatto prende seriamente il superhero movie e si prende sul serio, per quanto il titolo potrebbe far immaginare più a un’opera di sardonica decostruzione nella Roma coatta periferica della microcriminalità, tanto che il conflitto tra realtà e fantastico assume i contorni di una vicenda che ha anche il sincero interesse a tratteggiare il contesto sociale in cui sono immersi i protagonisti, e non solo di una semplice pellicola di genere anomala nel nostro panorama cinematografico.

Lo chiamavano Jeeg Robot [Italia 2015] REGIA Gabriele Mainetti.
CAST Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi.
SCENEGGIATURA Nicola Guaglianone, Roberto Marchionni. FOTOGRAFIA Michele D’Attanasio. MUSICHE Gabriele Mainetti.
Azione/Drammatico, durata 112 minuti.

Lo chiamavano Jeeg Robot
3.2 20 63%

3 Comments

  1. Perplesso says:

    Non è meraviglioso, nel senso che non lo tornerei a vedere, ma è apprezzabile. Mi aspettavo peggio e invece, tutto sommato forse è il mio gusto che non riesce ad incontrare, ma niente male, per un film italiano.

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