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Sul capitalismo hollywoodiano

sabato 21 maggio, 2016 | di Marysaba Mennuti
Sul capitalismo hollywoodiano
Editoriale
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A Hollywood, nel 1930, le case di produzione controllavano tutto il cinema statunitense. Il loro potere si estendeva fino alla vita professionale e privata dei divi che firmavano dei contratti con le case di produzione, il cui unico accordo vigente era quello settennale che legava il divo ad uno studio privandolo allo stesso tempo della facoltà di scegliere i ruoli da poter interpretare.

Ad esempio una delle star dell’epoca, Clark Gable, nel 1933 strinse un contratto con la MGM e subito dopo fu costretto ad un intervento chirurgico per migliorare alcuni difetti fisici. Lo studio decise che l’attore avrebbe interpretato soltanto dei personaggi rudi ma passionali, scontrosi ma romantici. Lo stesso avvenne per altri attori come Greta Garbo. La diva fu confinata a ruoli concernenti personaggi drammatici che la resero celebre, ma che tuttavia non le permisero di poter ampliare il suo orizzonte interpretativo. Inoltre, le vite private dei divi erano gestite dallo studio: nessun matrimonio veniva celebrato senza il consenso della produzione.
Irene Dunne, Claudette Colbert, Cary Grant, Barbara Stanwyck e Carole Lombard riuscirono, diversamente dalla maggior parte degli attori, a svincolarsi dal sistema imposto dagli studios diventando freelance. La loro indipendenza fu possibile grazie ai loro agenti che si imposero come mediatori nei negoziati salariali e contrattuali tra i divi e le case di produzione. Irene Dunne, grazie all’azione negoziale del suo agente Charles K. Feldman, nel 1933 divenne indipendente. Modificando il suo contratto settennale con la RKO, di 1.000 dollari a settimana, con un accordo denominato package deal, l’attrice si rese libera di poter scegliere i film a cui avrebbe preso parte, svincolandosi dunque dai sette anni di servizio. Questa tipologia di accordo era del tutto innovativa e permetteva all’attore di lavorare con più case di produzione nello stesso periodo per un massimo di tre film in tre anni. Irene Dunne firmò, nel 1935, cinque contratti package deal che la portarono ad un guadagno di oltre 405.222 dollari annui. Riuscì addirittura, nel 1938, ad ottenere il diritto di annullare il suo contratto con la RKO nel caso in cui lo studio non avesse potuto soddisfare le sue richieste. La facoltà di rescindere il contratto stipulato con la casa di produzione sanciva la sua completa indipendenza, poiché in quel periodo soltanto pochi attori freelance godevano di un tale diritto.
Le carte in tavola erano cambiate e una rivoluzione stava prendendo atto. Gli studios avevano creato lo star system che però veniva alimentato dal pubblico. Per cui, sebbene le case avessero voluto mettere fine alla corrente indipendentista che stava prendendo piede, preferirono sottacere a tale rivoluzione poiché gli attori erano la prima fonte di guadagno e la materia prima del cinema hollywoodiano.

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