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Café Society

sabato 1 Ottobre, 2016 | di Filippo Zoratti
Café Society
In sala
7
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Voto autore:

Il caos regna
Sono già passati più di 10 anni da Match Point, il film che la critica ha cercato in tutti i modi di inquadrare come il canto del cigno di Woody Allen. Eppure Woody continua a girare, al ritmo forsennato di un film all’anno. Gira per esorcizzare lo scorrere del tempo, ma anche perché continua ad avere una precisa idea di cinema. Magari fallace, magari non sostenuta dai fatti, ma pur sempre ostinata e convinta.

Passata la primavera e l’estate di una carriera iniziata nel 1966, fatichiamo a capire quale possa essere (stato) il suo autunno, o se davvero sia già iniziato l’inverno. D’altronde Woody le etichettature le rifugge, respingendo al mittente – serio e faceto – persino la definizione di cineasta, vivendo la sua Arte (il cinema, i libri, il clarinetto) mediacritica_café_society_290come un’infinita seduta di psicoanalisi ma rifiutando poi i riconoscimenti pubblici (4 premi Oscar, mai ritirati personalmente). L’ultimo decennio da regista di Allen (da Scoop in poi) è criticabile, criticabilissimo: a volte i suoi film sembrano spot pro-loco (Vicky Cristina Barcelona, l’agghiacciante To Rome with Love), a volte sono bigini di ciò che è già stato fatto nei decenni precedenti; altre volte, ancora, sono idee originali ma valide per un corto-mediometraggio (dinamica che non sfugge neanche al fiato cortissimo di Midnight in Paris). Come fossero racconti di un unico romanzo, divisi fra loro a compartimenti stagni ma tutto sommato uniti da un unico fil rouge. Un filo intessuto sul concetto di inutilità, di caos/caso che regola l’esistenza, di tragicommedia (dis)umana che stringe grottescamente sulla nostra inevitabile finitezza. Fra le battute più luminose di Café Society spicca “Vivi ogni giorno come fosse l’ultimo, e un giorno… ci azzeccherai”: una logica abbinabile a Basta che funzioni, quello che a noi sembra in effetti il vero testamento alleniano dei 2000, molto più di Match Point. Perché alla fine in questa “commedia scritta da un sadico” chiamata vita l’importante è che le cose siano più o meno sopportabili, l’essenziale è accantonare il proprio credo – filosofico, religioso, politico – per sopravvivere il meno peggio possibile. Café Society inscena essenzialmente una storia d’amore combattuta/rinnegata/ritrovata, ma tolto il velo a riemergere è la solita “pura anarchia” di cui Woody è maestro. Tutto già visto e probabilmente già digerito meglio in altri film alleniani (e non), ma stavolta siamo affascinati: sarà merito del primo “digitale” di Allen, della prima fotografia ipnotica di Vittorio Storaro (per la quale pre-sentiamo profumo di candidatura agli Oscar), delle interpretazioni di Steve Carell e Kristen Stewart (eccezionalmente in parte). O sarà forse merito di quel finale che dice tutto e non dice nulla, speranzoso e disilluso al contempo, chiusura di un capitolo ma non di certo dell’intera storia.

Café Society [Id., USA 2016] REGIA Woody Allen.
CAST Steve Carell, Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Blake Lively, Corey Stoll.
SCENEGGIATURA Woody Allen. FOTOGRAFIA Vittorio Storaro. MONTAGGIO Alisa Lepselter.
Commedia/Drammatico/Sentimentale, durata 96 minuti.

7 Comments

  1. Vins says:

    Non so perché, ma non mi sono bastati i 96 minuti di film, ne avrei voluti ancora, di sogni e disillusioni alleniane, di storie mai chiuse, come giustamente dici tu!

  2. Spencer says:

    Buon film! Per atmosfere, ambientazioni e per il gusto del racconto e dell’aneddoto mi ha ricordato da vicino un’altra opera di Woody Allen: “Radio Days”.

  3. Moschio says:

    Pessimismo, ebraismo, commedia, rimpianti, occasioni perdute, una storia d’amore verso una città (chiaramente New York)…un grande Woody Allen! Finale intenso e bellissimo!

  4. Sensei says:

    Comunque al momento “Match point” È il canto del cigno di Woody.
    Che poi il cigno in questione sia vivo e vegeto, (quasi) sempre caustico e brillante è un altro discorso.
    Ma di acuti pieni non ne ha fatti più (per ora almeno).

  5. Jambalaya says:

    L’ho trovato piacevole e l’immagine finale è molto potente ma tutto sommato è un po’ pasticciato e dimenticabile.
    Il fratello gangster si merita davvero tutte quelle scene? Non direi. Il “Cafè Society” che dà il nome al film è davvero così importante ai fini della narrazione? Proprio per niente. Inoltre ho trovato molto finti tutti i siparietti di “comicità ebrea” di cui Allen era maestro.

  6. Pingback: La Top Ten Mediacritica 2016 - Mediacritica – Un progetto di critica cinematografica

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