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Neruda

sabato 15 Ottobre, 2016 | di Francesco Grieco
Neruda
In sala
7
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Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo!
Neruda è il film più ambizioso, onirico e lirico di Larraín, è una poesia lunga, come quelle che scriveva il poeta cileno. In Neruda, la Storia entra dalla porta principale, non è più ai margini del quadro. Niente più uomini comuni alle prese con eventi di portata nazionale più grandi di loro, esponenti di quella maggioranza silenziosa e ambigua, complice della catastrofe.

Invece, l’oggetto dell’introspezione psicologica, in Neruda, è una figura di primo piano della politica cilena e della cultura mondiale, in un momento delicatissimo della propria vita: i lunghi mesi in cui, a partire dal 1948, Pablo Neruda, ricercato dalla polizia di Videla, lotta tra le aspirazioni all’espatrio, per divenire attore radicale della Resistenza, e quelle a restare, nelle vesti di Poeta clandestino.mediacritica_neruda_290 Si sposta, tra Cile e Argentina.  Per generare se stesso come eroe nazionale integro deve abbandonare una parte di sé, nella fuga selvaggia: la moglie Delia, che lo ha formato come artista e militante, e che come sempre lo accompagnerà nella scelta del viaggio, per poi lasciarlo andare, nell’ultimo tentativo di espatrio, per l’ultima volta. Il cinema politico di Larraín − democratico nel conferire pari dignità a tutti i personaggi, anche ai più irrisolti – in Neruda si fa prismatico e barocco. Niente più sobrietà stilistica e fissità delle inquadrature, ma movimenti di macchina vorticosi, eleganti e visionari pianisequenza; l’immagine in 2,35:1, nei giochi di luce del fedele direttore della fotografia Sergio Armstrong, alterna sontuosa magnificenza a rarefazione. L’unico rigore è quello della morte, presenza costante nella filmografia larrainiana, un corpus di opere che fino a Il club appaiono una sequenza autoptica per fotogrammi di un intero Paese, l’elaborazione del lutto per una nazione uccisa, nei suoi ideali, dalla violenza della dittatura. Un cinema della crisi, che, prima di Neruda, ha fotografato la tensione esistenziale di individui contraddittori, inghiottiti nella stasi del Cile di Pinochet, nei decenni dove l’unica fuga possibile dall’orrore, l’unico viaggio era quello nell’immaginario, in una wilderness mediatica. In Neruda è proprio la morte, quella da eroe tragico del caparbio prefetto Oscar PeluchonneauDoppelgänger affabulatore, insieme allucinata voice over autopoietica da noir e altro da sé per Neruda, incarnazione del suo desiderio di persecuzione, personificazione di una scissione interiore e pubblica, tra pragmatico senatore comunista e letterato poco utile alla causa del partito, marito innamorato e puttaniere impenitente, potenziale martire della rivoluzione e esule dall’apparenza bohémien, di fatto ancora borghese −, nel sottofinale western sulle Ande innevate, a permettere a Neruda di sfuggire alla cattura. In quel momento cruciale, Neruda a cavallo fa il suo ingresso nello spazio concreto della Storia. La Resistenza cilena ha finalmente il suo uomo-simbolo.

Neruda [id., Cile/Argentina/Francia/USA/Spagna 2016] REGIA Pablo Larraín.
CAST Luis Gnecco, Gael García Bernal, Mercedes Morán, Alfredo Castro.
SCENEGGIATURA Guillermo Calderón. FOTOGRAFIA Sergio Armstrong. MUSICHE Federico Jusid.
Biografico/Drammatico, durata 107 minuti.

7 Comments

  1. Kesmet says:

    E’ incredibile come ogni film di Larrain sia totalmente imprevedibile… un regista da aspettare ad ogni nuovo film: come sarà “Jackie”?!

  2. Luca says:

    Imprevedibile di sicuro.
    Non ho apprezzato per nulla questa sua svolta stilistica.
    Spero che con “Jackie” sia tornato esteticamente a film come “No” e “Il club”.

  3. Moschio says:

    Grande film su un popolo, i suoi miti e la sua Storia. Larrain finalmente “libero” di sperimentare!

  4. Sensei says:

    A me pare un autodafé di Larrain nei confronti del suo stile e del suo cinema. Peccato.

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