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Zero Days

sabato 29 Ottobre, 2016 | di Teresa Nannucci
Zero Days
Inediti
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Reti e complotti
Complotti internazionali, strategie nucleari e contrattacchi informatici non sono appannaggio dei tempi andati della Guerra Fredda, ma anzi, continuano imperterriti a costruire una rete di relazioni e collaborazioni intercontinentali tanto salda quanto imprevedibile.

Stuxnet è il centro tematico del documentario Zero Days: un virus informatico creato dagli Usa in cooperazione con Israele, inizialmente architettato per sabotare la centrale nucleare di Natanz in Iran. Intorno a questa iniziativa, in maniera più o meno trasparente, si sono sviluppate dinamiche e strategie internazionali che muovono i fili (anche) mediacritica_zero_days_290dei più recenti avvenimenti bellici mondiali. Alex Gibney anche in Zero Days prosegue nella sua narrazione del presente contemporaneo con uno stile verboso e indagatore, alla ricerca dei retroscena e dei segreti di Stuxnet, senza sfociare nel complottismo becero e infondato della contemporaneità, ma compromettendo comunque la linearità intellegibile della narrazione e superando, per durata e reiterazione di informazioni, i limiti del racconto coinvolgente che incuriosisce. Gibney si mantiene fedele a un’ottica in cui gli incriminati si dimostrano reticenti a dare spiegazioni e prospettive alternative, mentre la controparte punta il dito contro i primi, in modo aggressivo e onnisciente. Di fronte a un documentario (almeno in parte) divulgativo come questo, si rende necessario dividere il contenuto presentato, con le sue implicazioni, dal linguaggio filmico prescelto. Se i registri usati in altre opere del regista (da We Steal Secrets a proposito di WikiLeaks a Going Clear a proposito di Scientology) non erano molto diversi, in questo caso si cade in collisione con una iterazione di dettagli che dà poca profondità informativa e che allenta una tensione, che regge stancamente le due ore di durata del documentario. Senza dubbio, la maestria di Alex Gibney persiste con forza nella sovrapposizione tra impostazioni strategiche aziendali e statali, che si alternano con una soluzione di continuità talmente dissimulata da far percepire con inquietudine questa tipologia di dinamiche solo al termine di un’elaborata riflessione. Zero Days paga il conto di una vicenda passata in sordina, cosa che comporta introduzioni e spiegazioni iniziali necessarie ma che finiscono con l’appesantire un discorso già di per sé articolato su molti livelli, incrociando dettagli politici, economici, informatici e anche storici e antropologici. Presentato in competizione all’edizione 2016 della Berlinale, il documentario si impone simbolicamente su una città emblematica di un periodo (la Guerra fredda) mai del tutto sopito e che trova echi e riverberi lungo tutta la durata dell’approfondimento proposto da Gibney.

Zero Days [id., USA 2016] REGIA Alex Gibney.
SOGGETTO Alex Gibney. FOTOGRAFIA Antonio Rossi, Avner Shahaf, Brett Wiley. MUSICHE Will Bates.
Documentario, durata 117 minuti.

One Comment

  1. Nuss says:

    Forse il primo film di Gibney che non mi ha per nulla convinto… di sicuro perché (come viene detto nell’articolo) Stuxnet è un argomento decisamente troppo di nicchia: troppe intro, troppe spiegazioni. Con tutti i film incredibili che ha fatto, è un peccato che si sia ritrovato in concorso a Berlino con questo!

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