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Fai bei sogni

sabato 12 Novembre, 2016 | di Luca Giagnorio
Fai bei sogni
In sala
10
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Voto autore:

Emozioni mai
Fa impressione pensare che il regista del disturbante e ribelle I pugni in tasca sia lo stesso del convenzionale e prevedibile Fai bei sogni. Forse fa meno effetto se si pensa ai cinquantuno anni che separano i due film. Dispiace confermare l’evidente parabola discendente della longeva e prolifica carriera di Marco Bellocchio iniziata dopo l’interessante e discusso Vincere, film pieno di vitalistica energia e in grado, come spesso accaduto per le opere del regista nato a Bobbio, di far discutere.

Fai bei sogni sconcerta innanzitutto per la sua natura anonima. Insipido il protagonista Valerio Mastandrea, che ha il physique du rôle per essere l’alter ego del noto giornalista Massimo Gramellini (autore del best seller autobiografico da cui il film è tratto), ma non trova mai il tono giusto nell’interpretazione e quasi irrita per la noncurante cadenza romaneggiante alla quale obbliga un personaggio la cui identità torinese – mediacritica_fai_bei_sogni_290e soprattutto torinista, con la nota passione per la squadra di calcio – è ben presente durante tutto il film. Certo, ad accentuare l’inverosimiglianza di questo giornalista tanto brillante sul lavoro quanto fragile e infelice nella vita, contribuisce ancor di più una sceneggiatura che gli regala prima un’improbabile liaison con una Miriam Leone dall’acconciatura ancor più improbabile, poi una storia d’amore lacunosa e scialba con la spaesata Bérénice Bejo. Lo script è la maggiore zavorra di Fai bei sogni perché depotenzia con dialoghi banali la bellezza formale (grazie anche all’efficace contributo di Daniele Ciprì alla fotografia) di qualche scena e a fronte di alcune battute azzeccate – soprattutto quelle del sacerdote-maestro Roberto Herlitzka sull’importanza esistenziale dell’uso di “nonostante” rispetto a “se” – ne propone altrettante enfatiche e fintamente profonde. Una sceneggiatura fin troppo altalenante, che dipinge i momenti migliori durante l’infanzia del protagonista – il rapporto con la madre, il rifugio dopo la sua perdita nell’atipico amico immaginario Belfagor – e progressivamente si perde nel voler rincorrere troppi temi, che finiscono per essere banalizzati, nel racconto della vita adulta del protagonista: l’intervista con un cinico industriale, l’esperienza da reporter di guerra. La riflessione sul dolore della perdita materna e sulla complessa, mai davvero avvenuta, elaborazione del lutto, che avrebbe dovuto essere il cuore pulsante del film, viene diluita nell’eccessiva lunghezza e rimane colpevolmente in superficie. Così la rivelazione finale, che illumina di verità l’antica tragedia, non assume alcun ruolo epifanico, e se lo spettatore che già la conosce finisce per bramarne la comparsa solo perché coincide con la fine del film, per chi ne è ignaro finirà tristemente per perdere qualunque interesse.

Fai bei sogni [Italia 2016] REGIA Marco Bellocchio.
CAST Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Fabrizio Gifuni, Roberto Herlitzka.
SCENEGGIATURA Marco Bellocchio, Edoardo Albinati, Valia Santella (tratta dall’omonimo romanzo di Massimo Gramellini). FOTOGRAFIA Daniele Ciprì. MUSICHE Carlo Crivelli.
Drammatico, durata 134 minuti.

10 Comments

  1. Yeah! says:

    Quindi neanche a Bellocchio è riuscita l’impresa di dare un senso a Gramellini?

  2. Spencer says:

    Giudizio molto severo, a me il film è complessivamente piaciuto. Durante la visione ho avuto però la sensazione che l’opera sia stata diretta da due registi diversi: la parte sull’infanzia (la più riuscita, onirica e arrabbiata) da Bellocchio, quella con Mastandrea (a tratti piuttosto piatta)da un autore anonimo e con poca personalità.

    • Luca says:

      Concordo con te sulla prima parte (più onirica che arrabbiata a mio avviso) che è, pur rimanendo fragile, meglio (non ci voleva molto) della seconda. Da quando compare Mastandrea il film frana.

  3. Marco says:

    C’è un abisso tra il punto di vista del romanzo di Gramellini (che andrebbe letto per capire davvero il film) e il lavoro che Bellocchio riesce a fare. Il dolore di Massimo (personaggio) non è solo quello di essere orfano di una madre, ma orfano della verità stessa, vizio inconsapevole (o consapevole?) che Bellocchio riesce a estendere alla cultura di un intero paese negli ultimi decenni (la politica, l’impresa, l’informazione, l’intrattenimento, le retoriche nazionali, etc.). Si può riconoscere che con questo film Bellocchio dialoghi con una produzione più grande e quindi con libertà creative meno radicali e visionarie, ma non si può liquidare uno dei pochi lavori italiani pensanti dell’anno… I pugni in tasca non è più un metro di paragone per un autore che ha compiuto una parabola complessissima, dalla rabbia distruttiva alla faticosa dialettica con la realtà: era il suo primo film, in mezzo ce ne sono almeno altri venti…

  4. Luca says:

    Direi che abbiamo visto due film totalmente diversi.
    Non ho paragonato “Fai bei sogni” a “I pugni in tasca”, ho detto anch’io che sono passati 50 film tra l’esordio e quest’ultimo. Ho scritto che Bellocchio ha perso sia la rabbia distruttiva degli esordi, sia quella che tu chiami “faticosa dialettica con la realtà” e ho citato anche “Vincere” che è un film relativamente recente.
    Sarei curioso di sapere cosa ne pensi di “Bella addormentata”. Una mia idea ce l’ho.

    Preferisco un lavoro “non pensato”, se esiste, a uno “pensante”, se il risultato è questo (per fortuna non è quasi così).

  5. Luca says:

    Aggiungo un’ultima cosa: scrivi che Bellocchio riesce a estendere il dolore per la mancanza di verità dalla storia personale di Massimo alla cultura di un intero paese negli ultimi decenni (la politica, l’impresa, l’informazione, l’intrattenimento, le retoriche nazionali).
    Ecco, per te Bellocchio riesce. Per me invece NON riesce e quindi, automaticamente i temi che citi sono apparsi ai miei occhi troppi e trattati in modo superficiale.

    • Marco says:

      Quello che intendo dire è che, se si cita per l’ennesima volta l’esordio di Bellocchio, sia utile rendere conto del processo che c’è stato in mezzo, e non usare i cinquantun’anni di distanza come consolazione di fronte al presunto precipitare di una carriera.

      “Bella addormentata” è un film in questo senso molto meno riuscito e coerente di “Fai bei sogni”, direi anzi che è il vero passo falso di Bellocchio negli ultimi anni, ce ne siamo già dimenticati e invecchierà malissimo.

      I problemi di scrittura (e di ormai stancante e stanca fotografia, e anche di recitazione, etc.) che ci sono in “Fai bei sogni” – che non è un capolavoro, e non è bello come “Vincere”, come “L’ora di religione” e nemmeno come “Il regista di matrimoni” o “Sangue del mio sangue”, ma cosa centra? – non bastano a condannare un lavoro che rovescia quasi completamente il senso del romanzo di Gramellini: il libro di un singolo che racconta il suo dramma diventa un film sul paese che ha generato la sua elezione a psicologo mediatico nazionale.

      C’è un lavoro abbastanza chiaro sul rapporto con la verità, che tocca quasi tutti i personaggi, compresi quelli molto provvisori di Miriam Leone e Fabrizio Gifuni, e che svicola bene il compiacimento nei confronti del modello (vedi l’episodio della lettera all’uomo che odia sua madre, che nel libro è totalmente diverso). Anche per questo il segreto finale – che nel libro è evidentemente epifanico – non vale molto nel film, perché la frittata è già fatta ed è endemica, nazionale, insanabile. Gramellini è rispettato, ma il Massimo del film è tutt’altro che risolto, anzi, resta un mezzo inetto smarrito tra forze più grandi di lui.

      Anche Berenice Bejo fa un personaggio preciso: quello a cui non gliene frega nulla della ragione per cui Massimo piacerà alla gente. “Lacunosa, scialba”: a parte che non riesco ad aggettivare così facilmente le storie d’amore nei film (c’è un manuale per farlo?), io credo che sia proprio corretto lasciare irrisolto anche questo materiale sentimentale. L’alternativa era una relazione “compiuta e intensa”: aveva senso per questo film? NO. Guarda caso, nel romanzo di Gramellini la storia d’amore è proprio compiuta e intensa.

      Io penso che un film del genere vada sostenuto perché fa un lavoro che può essere letto e nonostante enormi limiti riconosciuto. Ci sono moltissimi aspetti che non cito per non eccedere ulteriormente, ma se ne può discutere. E anche se questi non vengono riconosciuti, è comunque un film che in tempi magrissimi offre al pubblico delle emozioni oneste, rispettose. Ripeto, siamo lontani da certi capolavori degli ultimi anni. Ma Bellocchio, a quasi ottant’anni, pensa il triplo di certi colleghi con un terzo d’età, e fa film più giovani e vivi di tanti altri in Italia. Dovremmo guardare al suo lavoro come una fonte preziosa, anche quando i film sono meno convincenti.

  6. Luca says:

    Ti ringrazio Marco per l’opinione circostanziata.

    Mi fa piacere l’accordo sul giudizio negativo nei confronti di “Bella addormentata” che, ne convengo con te, è ancor meno riuscito di quest’ultimo lavoro.

    Il lavoro di Bellocchio come cineasta, e la sua importanza nel panorama italiano, non l’ho mai messo in discussione. Anche se non sono un appassionato del suo modo di fare e intendere il cinema.

    Di irrisolto in “Fai bei sogni” c’è un po’ tutto, ahimè, compresa la “storia d’amore” Mastandrea-Bejo. Che quest’ultima sia lacunosa (volutamente, chissà) mi pare un dato di fatto. L’aggettivo “scialba” è opinione puramente personale, come lo è scrivere come fai tu che il film “offre al pubblico delle emozioni oneste e rispettose”.

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