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E nell’epoca delle saghe il regista che fine ha fatto?

sabato 17 dicembre, 2016 | di Luca Marra
E nell’epoca delle saghe il regista che fine ha fatto?
Editoriale
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Rogue One: a Star Wars Story è al cinema, regia di Gareth Edwards, un regista che mi piace ed è nato solo due anni prima di di Una nuova speranza (1977). Uno così giovane alla guida di un film così importante. Ma davvero si può dire che sia “alla guida”?

Domanda che mi ha aperto un mondo, anzi una Galassia, di riflessioni: nell’epoca contemporanea fatta di saghe, serie e di Universi Condivisi, il regista dov’è? Mi riferisco in particolare al cinema pop di Hollywood. Capitemi, sono cresciuto tra ‘80 e ‘90, dietro le saghe c’erano Spielberg, Cameron, Zemeckis e poi, verso inizio del nuovo sequel, ops nuovo secolo, è arrivata la trilogia di Lucas e quella di Jackson. Insomma grandi registi, popolari. Oggi saghe consolidate di supereroi o Jedi vengono affidate a registi giovani, promettenti, ma con una esperienza non paragonabile a quelli che i succitati signori avevano già all’epoca. Sto ragionando male. In questo senso ormai il termine saga è desueto, oggi si dice franchise, fuori l’aurea letteraria dentro l’immediatezza commerciale. Niente di male eh. Ed è in questo cambio di nomi che significa cambio di tempi che muta pure la visibilità del regista. Sempre rimanendo in tema Marvel, così come su sponda DC, ogni film ha il suo regista, spesso promettente ma non ancora affermatissimo. Oggi, in saghe/sequel/reboot, i registi cambiano, sono meccanismi importanti dell’ingranaggio ma non tutto l’ingranaggio. Perdono quella visibilità, forse supremazia, che avevano prima e guadagnano più spazio mediatico i produttori, più strateghi, demiurghi degli universi creativi che rappresentano: pensiamo a Kevin Feige, Kathleen Kennedy o Geoff Johns. L’importante è che la continuità, la coerenza, la coesione dell’universo rimanga salda, poi il regista può cambiare: come nelle serie tv. Tanti registi ma un solo coordinatore creativo ed esecutivo, l’inglese dice showrunner.
Pensateci: a dirigere Avengers e Star Wars 7, due film capitali per i loro rispettivi universi condivisi, sono stati due showrunner di successo, Joss Whedon e J.J. Abrams. Gareth Edwards non è uno showrunner ma ha dimostrato di saperci fare coi grandi “marchi”, sì intendo il bel Godzilla del 2014. Mi sembra che la logica dello showrunner tv stia prendendo sempre più forza anche nel mondo del Cinema. Un po’ ce lo suggerisce anche il linguaggio comune: diciamo “film d’autore” quando vogliamo distinguerlo proprio dal blockbuster, quasi ad avvertire “guarda che quello è un film di un regista affermato”. Pure showrunner è molto interessante per etimologia, unione di “show” e “to run”, colui che fa funzionare lo show, anche creativamente (difatti sceneggia). Dunque dobbiamo aspettarci che tra poco nascerà il “filmrunner” o il “movierunner”? Intenderanno questo quelli che dicono ogni volta che cinema e tv si assomigliano sempre di più? Niente, continuo a farmi domande, non se ne esce.

4 Comments

  1. Ani says:

    Giuste riflessioni

  2. Seby says:

    Uhm, Edwards è un grande autore di fantascienza. E’ stato scelto per quello secondo me, non certo per Godzilla.

  3. HeyHoLet'sGo! says:

    E il regista della saga di James Bond degli anni sessanta aveva importanza? E il regista dei cartoni della Disney? E chi conosce la filmografia di Mark Lester?

    E oggi Tarantino, i Coen, gli Anderson (persino il migliore dei tre), Soderbergh, Allen, Emmerich, Sorrentino, Eastwood, Refn (cito mentula canis pescando a caso generi filoni e periodi) non hanno gli stessi elementi di riconoscibilità (leggi strategie di marketing) che avevano Hitchcock, Godard, Rivette, Ingmar Bergman, Fellini, Pasolini (pesco ancora random)?

    Mi pare un problema vecchio di quarant’anni…

  4. Sugarfreen says:

    Ci sono parecchi spunti di riflessione vecchi di 40 anni

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