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In questo numero

Paterson

sabato 24 Dicembre, 2016 | di Edoardo Peretti
Paterson
In sala
20
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Voto autore:

Mai più davvero lo stesso
Cosa c’è da dire di una semplice e comune scatoletta di fiammiferi? In teoria, non molto. In teoria, perché la scatoletta può diventare fonte d’ispirazione per una poesia, come nel caso di Poesia d’amore, componimento che Ron Padgett ha scritto per Paterson di Jim Jarmusch e che, per dire, ad un certo punto recita così: “Così sobrio e furioso e caparbiamente pronto/A esplodere in fiamme/Per accendere, magari, la sigaretta della donna che/ami/Per la prima volta/E che dopo non sarà mai più davvero lo stesso”.

Una cosa simile vale per il film di Jarmusch: apparentemente sembrerebbe non esserci molto da dire e da analizzare, tanto Paterson avanza con semplicità, leggerezza e grazia. Sarebbe forse sufficiente dire che è bellissimo. Anche in questo caso però, così come la comunissima scatoletta di fiammiferi si trasforma in straordinario atto d’amore, la grazia e la semplicità più immediate del film sono continuamente messe in discussione da scarti e vie di fuga,mediacritica_paterson_290 a partire da quello principale che costituisce l’essenza dell’opera: la differenza tra la quotidianità più ripetitiva e la maniera per renderla ogni giorno in qualche modo diversa, incarnata nell’atto della creazione poetica, di cui il film coglie l’essenza. È questa l’ottica con cui il regista racconta la settimana vissuta da Paterson, autista d’autobus che vive nella cittadina a lui omonima di Paterson e che ogni giorno compone una poesia. Le sue giornate scorrono apparentemente identiche, ma ogni giorno trova qualcosa di diverso, non solo per la scappatoia concessa dalla poesia. Il minimalismo distaccato e stravagante tipico di Jarmusch, da sempre aperto al perturbante che annacqua la realtà e da sempre sinonimo di realismo apparente ma in realtà per niente tale (che qui pare non a caso occhieggiare all’arte di Edward Hopper), si rivela perfetto per raccontare le continue vie di fuga e la continua tensione tra realtà effettiva e realtà rielaborata che caratterizzano il protagonista e gli altri personaggi. Si vedano non solo i momenti in cui, con la sovrapposizione sul “quotidiano” delle parole delle poesie e degli oggetti che ispirano i componimenti, viene raccontato l’atto della creazione poetica, ma anche, per esempio, le velleità artistiche e culinarie della moglie, i racconti del barista, gli incontri e i personaggi secondari quasi paradossali e le azioni del cane Marvin (osservatore e in qualche modo deus ex machina della vicenda). Jarmusch realizza così un film dal perfetto equilibrio formale (si noti la geometria che caratterizza quasi ogni inquadratura), tematico e “d’atmosfera”, in cui convivono malinconia e serenità, commozione e sorriso. Un film lievissimo e travolgente, come – sarà pure banale dirlo, ma fa niente – una bella poesia.

Paterson [id., USA 2016] REGIA Jim Jarmusch.
CAST Adam Driver, Golshifeth Farahani, Barry Shabaka Henley, Rizwan Manji.
SCENEGGIATURA Jim Jarmusch. FOTOGRAFIA Frederick Elmes. MUSICHE Carter Logan.
Drammatico, durata 113 minuti.

Paterson
2.8 52 56.92%

20 Comments

  1. Orma says:

    Bene, probabilmente benissimo… ma i misteri della distribuzione italiana?! Una settimana in “anteprima” in tre città importanti e poi tocca agli altri. Boooh!

  2. Superbol says:

    Mooolto sopravvalutato. Filmetto

    • edop says:

      cosa non ti è piaciuto del film?

      • Superbol says:

        Mah, per me le belle poesie sono altro. Non basta un quadro (geometrico?!) della quotidianità per racchiudere lirismo. Poi è la mia modesta opinione, ci mancherebbe. A me non è proprio piaciuto.

        • edop says:

          Non lo considererei infatti un film lirico e poetico nel senso tradizionale del termine, per come di solito si intende la poesia al cinema; non credo sia quello il vero punto di forza del film, ed è pure una lettura che rischia di essere un po’ fuorviante. Il motivo per cui lo considero un grande film è come Jarmush racconta, sottotraccia e con apparente semplicità, la continua tensione tra la quotidianità più ovvia e i piccoli scarti che ogni giorno la mettono, come dire?, in crisi. e infatti trovo che sia un film neanche così ottimista e leggero come presentato da molti, penso abbia una sottotraccia malinconica e amara, come sempre in Jarmusch. Nei commenti qui sotto c’è chi ha usato il termine “realismo surreale” che secondo me rende alla perfezione l’idea; era quello che intendevo con “perturbante che annacqua la realtà”. Per quanto riguarda la geometria, trovo che ci sia una cura geometrica nella composizione di molte inquadrature, che anche in questo caso può essere letta come sottolineatura del contrasto e degli scarti di cui ho cercato di parlare nella recensione e in questo commento.

  3. Vins says:

    Un gran bel film che fa di semplicità virtù.

  4. Patatina says:

    Non mi è dispiaciuto, ma gridare al miracolo, onestamente, mi pare eccessivo

  5. Taurinos says:

    Un film tutto sommato carino, da 2 su 4.’

  6. Moschio says:

    Anche secondo me un po’ sopravvalutato… ottima analisi la tua Edo! Avrei voluto più pathos e meno ripetizioni. Ci sono dei momenti da 5 ma nel complesso lo valuto con un 3. Jarmushiano in tutto e per tutto ma all’uscita dal cinema avevo un po’ di amaro in bocca…forse devo farlo sedimentare un po’…mah

  7. Normamacula says:

    Ma il senso sta proprio in questa apparente ripetitività..

    • Luca says:

      La ripetitività è proprio la cosa che ho apprezzato di più, perchè Jarmush lavora sulle sfumature e sui dettagli.
      La dinamica della coppia protagonista è molto convincente (splendido il modo in cui viene tratteggiato il personaggio della Golshifeth Farahani) e ho trovato riusciti sia i dialoghi casuali carpiti da Paterson sull’autobus, sia la sobrietà di stile (al netto delle sovrimpressioni quando le poesie di Paterson appaiono sullo schermo, l’aspetto meno convincente a mio parere).
      Paterson è un film di un “realismo surreale”, se mi si passa l’ossimoro.
      Poi se lo confronto allo stile pomposo e urlato dell’ultimo Dolan, per esempio, dove tutto è portato all’eccesso e al dramma, dove le emozioni vengono sbattute con autocompiacimento in faccia allo spettatore, apprezzo le scelte narrative e stilistiche di Jarmush, che lavora di sottrazione, ancora di più. Ma qui è questione di gusti.

      • Mainagioia says:

        È solo questione di gusti. 5 a Paterson è un’assurdità

        • edop says:

          Guarda, a freddo può darsi che anche io avrei dato 4 stelle e non 5 (per me è un 4 stelle 1/2, diciamo così ;); però trovo che le stelline siano poco più che un gioco, le cose più importanti rimangono l’analisi e la riflessione presenti nelle recensioni; E comunque, leggendo qua e là sui vari siti, nelle varie classifiche etc etc non sono l’unico ad essere caduto in questa assurdità 😉

      • edop says:

        “Realismo surreale” è una definizione perfetta, Luca

  8. Moschio says:

    Ma anch’io apprezzo Jarmush, ho solo detto che mi aspettavo altro visti anche i commenti qua! Cinque stelle mi sembra un po’ esagerato…poi lo so ok non mi perdonerete mai la recensione all’ultimo di Dolan. 🙂 Scherzo eh, ma sono due approcci totalmente diversi come dici tu Luca, ma sinceramente mi emoziona più Dolan con tutti i suoi eccessi rispetto al “realismo surreale” di QUESTO Jarmush. Ma stiamo parlando di due grandissimi registi e dei loro ultimi film che stanno dividendo…quindi ben venga!

    • Luca says:

      Sul fatto che il voto 5/5 sia eccessivo sono d’accordo con te, Moschio.

      Sul fatto che Dolan sia un grande regista meno 😉

  9. Jambalaya says:

    Ah-ha!

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