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Arrival

sabato 21 gennaio, 2017 | di Erasmo De Meo
Arrival
In sala
10
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Se l’uomo è l’alieno
Sembra data da un tacito accordo l’uscita nelle sale, a cadenza quasi regolare, di film che arricchiscono e approfondiscono il genere fantascienza. Di certo oggi non basta più la creatura mostruosa e l’orrore elementare che ne consegue, non basta più l’umanizzazione dell’alieno o il pianeta da salvare: lo spettatore odierno è cinico e non si lascerebbe più ingannare – o trasportare – tanto facilmente.

Così negli ultimi anni Interstellar, Gravity, The Martian e questo Arrival sono usciti per svelare al pubblico più disilluso quanto la fantascienza, anche con gli ingredienti più tradizionali, abbia ancora molte cose da dire e come, per certi versi, certe cose sappia dirle solo lei. Ecco allora le grandi tute, le voci elettroniche degli extraterrestri, l’incomunicabilità e la solitudine,mediacritica_arrival_1_290 ecco gli uomini rudi che reagiscono imbracciando armi e caricando cacciabombardieri contro i paladini del genere umano che non sanno negare dignità a tutto ciò che vive. Denis Villeneuve, dopo il grande Sicario, si è caricato di questo compito ed ha seminato sul solco tracciato.
«Volevo fare un film di fantascienza ancor prima di avere un soggetto tra le mani» ha detto in un’intervista, riconoscendo il valore del genere anche oltre il valore di una storia e la sua specificità di linguaggio unico. Aiutato da figure carismatiche come Amy Adams e Forest Whitaker costruisce un film il cui tema principale è il capovolgimento, di prospettive e di giudizi innanzitutto. Ed è bello quando a raccontare non è solo la sezione narrativa, ma anche quella visiva. Nel primo contatto Louise e Ian accompagnati da forze speciali militari entrano in quella che una volta sarebbe stata una navicella o un ufo ed oggi sembra un oggetto di design. Superato l’ingresso la gravità sembra annullarsi, ma in realtà sta man mano cambiando direzione, fino all’inquadratura, sublime nella sua semplicità ed efficacia, in cui gli uomini nelle tute arancioni camminano a testa in giù. È un’immagine che parla, che sintetizza, che spiega come per approcciarsi a ciò che è sconosciuto e diverso sia necessario accettare nuovi punti di vista. Louise nel capovolgimento sembra trovare il suo vero punto di vista, il modo per capire ciò che la circonda e per capirsi. È un personaggio complesso, forte e debole allo stesso tempo – e perciò appare vero – che, come altre figure dei film di Villeneuve, è schiacciato e sconvolto dagli accadimenti, ma come in una crisi necessaria alla rinascita. Di fronte alla volontà disinteressata di comunicare degli alieni, lei linguista chiamata ad interpretarli, scoprirà il mutismo e l’orgoglio degli uomini, altro vero tema del film, in cui alla fin dei conti, siamo noi uomini a far la parte dei cattivi, dei distruttori, dei mostri.

Arrival [id., USA 2016] REGIA Denis Villeneuve.
CAST Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Tzi Ma.
SCENEGGIATURA Eric Heisserer. FOTOGRAFIA Bradford Young. MUSICHE Jóhann Jóhannsson.
Fantascienza, durata 116 minuti.

Arrival
3.82 11 76.36%

10 Comments

  1. Yeah! says:

    a me è piaciuta un sacco la prima parte, un po’ meno la seconda; trovo sia una sequenza starordinaria l’arrivo sull’astronave e il primo incontro con gli alieni, anche, volendo, per il suo essere metafora dell’incontro e della paura del diverso; quindi pure attuale
    La seconda parte è a tratti più didascalica, ma comunque ho apprezzato maggiormente l’approccio di Villeneuve alle tematiche più “sentimentali” di quello di Interstellar; Villeneuve è stato più onesto e meno pomposo in questo rispetto a Nolan

    • Erasmo says:

      Sì, purtroppo si sente e si “soffre” una cesura tra prima e seconda parte. Dopo i primi incontri nell’astronave sembra che il film si fermi e non vada da nessuna parte. Ma è pur vero che a metà film cambia la concezione del tempo (ciò che c’è prima e ciò che c’è dopo) e quindi per assurdo potrebbe essere quasi una necessità che in quel momento il film sia fermo!

    • Luca says:

      Totalmente d’accordo.
      Io ho apprezzato soprattutto il ritmo lento della prima parte, il lavoro raffinato sull’aspetto visivo prima ancora che narrativo e il doppio messaggio, quello universale e quello intimo della protagonista, entrambi molto ben delineati senza complicazioni inutili.

  2. Loretta says:

    Villeneuve ha fatto due grandissimi film (Prisoners e Sicario) e si vedono grandi potenzialità anche in quelli, secondo me, meno riusciti. Quando però si affrontano certi temi fantascientifici ci vuole anche una grande sceneggiatura. Nessuno negli ultimi anni è riuscito davvero a stupire andando ad incidere nell’immaginario. Si pensi ad Interstellar.

  3. Ettopino says:

    grande film. Loretta, pazienza se, come Interstellar, non ci svela i segreti dell’universo :)

    • Sensei says:

      Ma per fortuna che non li svela! Volessero tutti svelarci i segreti dell’universo come interstellar (cioè che se entri in un buco nero finisci dietro una libreria) sai che palle!

      • Mike says:

        Scusa stai parlando davvero di Interstellar o ti confondi forse con Pagemaster?

        • Sensei says:

          Ahah!
          Non è lo stesso film?

          Se ben ricordo il protagonista scivola nel buco nero, entra nella quarta dimensione e finisce dietro la libreria della sua casa, dove fa segnali alla figlia.Forse ti sei addormentato durante la visione e non ti ricordi.

  4. Spencer says:

    Proprio un buon film! Sono d’accordo, la seconda parte – il finale soprattutto – è meno riuscita della prima. Credo che sia un problema di sceneggiatura, che nell’ultima parte fornisce troppe informazioni insieme, come se andasse di fretta, minando un po’ il racconto (volutamente)compassato del primo tempo.

  5. Danden says:

    Trovo assurdo, ASSURDO che un film del genere abbia portato a casa solo un Oscar e perdipiù tecnico… Oscar sbilanciatissimi, peccato.

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