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Your Name.

sabato 4 febbraio, 2017 | di Erasmo De Meo
Your Name.
In sala
2
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L’artigiano frettoloso
Di Your Name. se ne è parlato molto e quasi ovunque e la maggior parte delle voci l’hanno fatto con entusiasmo, ammirazione e sicura soddisfazione. Shinkai aveva già mostrato, soprattutto con Viaggio verso Agartha (2011) e con Il giardino delle parole (2013), di essere un ottimo narratore, prediligendo le età di passaggio o il confronto tra le età dell’uomo. Your Name. su questo va ancora più a fondo, ma a scapito di cosa?

Mitsuha è una ragazza di una cittadina di montagna, Itomori, lontana da Tokyo tanto da farne un sogno, ma abbastanza vicina da farlo sembrare realizzabile. A giorni alterni si comporta in modo strano, con sbalzi d’umore e di personalità, oltre a frequenti amnesie. Trova spesso scritte nei suoi quaderni o sulle proprie mani di cui non conosce la provenienza.mediacritica_your_name_290 Sono spesso domande come «chi sei?» o «qual è il tuo nome?» che potrebbe fare a se stessa nel momento in cui, col mutare del corpo, si ha nuovamente bisogno di autoriconoscersi. Ma c’è Taki, giovane studente di Tokyo, che sta vivendo le stesse sensazioni e sta trovando le stesse scritte e di giorno in giorno svela aspetti del suo carattere più femminili che attirano ora le attenzioni della bella Okudera e ora le canzonature dei suoi amici più stretti. I due trovano un modo di comunicare e scoprono di avere vite comuni e intescambiabili, in cui le affinità si trasformano in vicendevole attrazione. Entrambi decidono di incontrarsi all’insaputa dell’altro ma gli incontri saranno due, scoprendo di non essere “sincronizzati” temporalmente. Quando Taki arriva ad Itomori infatti fa una scoperta terribile: la città è stata distrutta da una cometa. E Mitsuha dov’è? È riuscita a salvarsi? La storia in parallelo di Shinkai, autore anche del libro omonimo tratto dal film secondo una pratica da noi inusuale, funziona, è vero, riesce a coinvolgere ed emozionare, ma tira un po’ troppo la corda. La prima ora tratteggia personaggi e ambienti in maniera ottima e invidiabile: c’è il contrasto tra periferia e città, tra tradizione e modernità, tra maschile e femminile, tra sogno e realtà; nulla di originale, ma il tutto è fatto ad arte, con sottigliezza. Forse questo ha fatto richiamare a molti il nome di Miyazaki, che è certo un riferimento d’obbligo, ma nel paragone ciò che nel maestro è sublime in Shinkai è artigianato di pregio. La seconda parte infatti gli sfugge di mano, è poco controllata, come un raccolto cui sia mancata la selezione delle parti migliori e più gustose. È richiesta una tensione emozionale che non regge la durata e vede due o tre vertici emozionali messi in coda che finiscono col diluirsi l’un l’altro. Se il simbolo-tema del film è l’intrecciarsi, come al telaio, del tempo e degli individui, alla fine l’intreccio diventa un accavallamento, e il disegno si perde.

Your Name. [Kimi no na wa., Giappone 2016] REGIA Makoto Shinkai.
SCENEGGIATURA Makoto Shinkai. MUSICHE Radwimps. CASA DI PRODUZIONE CoMix Wave Films.
Animazione, durata 107 minuti.

Your Name.
3 5 60%

2 Comments

  1. Funky Gallo says:

    Da un lato c’è senza dubbio la fretta di incensare “IL” nuovo Miyazaki, ma dall’altro c’è anche un po’ di voglia di stroncarlo :) Io mi sono approcciato a Shinkai da totale neofita, senza aver letto alcun anime di riferimento o aver visto altri suoi film. Lo sto facendo ora, e noto che al momento la sua durata ideale è quella del mediometraggio: i 46 minuti di Il giardino delle parole, i 63 di 5 cm per second… Un film come Your Name. mentre in Giappone è affare “di tutti” (perché proprio a livello culturale fa più presa, spesso sono i film live action che emulano i manga) qua in Italia (in Europa?) è affare “di pochi”, ovvero dei fan che e dei frequentatori assidui del sottobosco manga che alla stragrande maggioranza degli spettatori è sconosciuto. Quando – e se – Shinkai riuscirà a fondere queste due caratteristiche (il riferimento ad un mondo “altro” con un maggiore… gusto internazionale) verrà riconosciuto all’unanimità. Per me, da spettatore qualunque, Your Name. è un ottimo film. Non perfetto, non impeccabile… ma chi li ha mai visti i film perfetti!

    • Erasmo says:

      Hai fatto bene ad osservare la questione della durata ideale. Scrivendo la recensione non si può affrontare ogni aspetto, ma ne approfitto nel commento, su tua sollecitazione. Come ho scritto il film “perde” qualcosa nella seconda parte ed è forse proprio per la durata, eccessiva rispetto a quella che credo sia l’ideale per Shinkai, che come te identifico in 50-80 minuti, non di più. Per questo motivo, arrivando a oltre 100 minuti, il film non è più compatto, non è la sua durata naturale ed ha lo stesso risultato di uno scrittore di racconti che improvvisa un romanzo. Purtroppo il gusto internazionale del cinema da sala, se così possiamo definirlo per differenziarlo da serie tv e da opere nate per altri ambiti, che sempre cinema sono, sta allungano leggermente ma inesorabilmente i suoi tempi, proprio per differenziarsi da questi. Shinkai dovrebbe allora cambiare registro per adattarsi a questo gusto e per padroneggiare la lunga durata. Spero, come te, che questo adattarsi non gli sia nocivo, perché tutti ci auguriamo che arrivi un erede di Miyazaki prima o poi, ma bisogna pesare le cose e frenare gli entusiasmi se si ritengono immotivati o poco ragionati.
      Non c’è nessuna voglia di stroncature così come non c’è mai voglia di vedere un brutto film. Chi fa critica oggi di fronte al mare dilagante di produzioni da tutto il mondo lo fa anche per verificare che l’abbondanza non corrisponda all’acriticità che produce brutture e volgarità bensì al moltiplicarsi di film sempre più belli. Il tutto nella speranza che sia ancora capace di indirizzare verso questi ultimi, allontanando spettatori e produttori dalle prime.
      Di film perfetti ce ne sono, basta accordarsi sul significato di perfetto, solo nell’ultimo anno Il figlio di Saul, La memoria dell’acqua e The Assassin (ma forse anche altre decine che non ho avuto la fortuna di vedere) possono esserlo.
      Ma, per assurdo, perfetto vuol dire qualcosa di chiuso e di assoluto, a cui sia impossibile aggiungere o estrarre significati. Vogliamo film così?

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