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La cura dal benessere

sabato 25 Marzo, 2017 | di Carmen Spanò
La cura dal benessere
In sala
2
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Mondi (im)perfetti
Il giovane e ambizioso Lockhart viene incaricato dai dirigenti della sua azienda finanziaria di recarsi in Svizzera per convincere l’amministratore delegato a rientrare in sede, a New York. Giunto al sanitarium sulle Alpi presso il quale l’uomo di affari si è recato per un trattamento di benessere, Lockhart si rende conto che strani accadimenti, all’apparenza inspiegabili, caratterizzano il luogo e il soggiorno dei vari pazienti.

Si avvia su una New York muta e congelata l’ultimo film di Gore Verbinski (Pirati dei Caraibi, The Lone Ranger): grattacieli dai profili freddi ed imponenti si stagliano verso il cielo dal suolo del Financial District, cuore (pietrificato) del mondo finanziario internazionale. Interni oscuri pulsano di luce artificiale proveniente dagli schermi di computer sempre accessi, mediacritica_la_cura_del_benessere_290e un uomo solo, all’improvviso, muore di infarto lontano dal conforto di tutti. Si apre così La cura dal benessere, con una dichiarazione esplicita del suo essere rappresentazione di forme e stili visivi più che contenuto, “storia” nel senso immediato del termine. Muta presto lo scenario ma il senso della narrazione rimane lo stesso. Il luogo misterioso in Svizzera dove l’ignaro Lockhart (notevole la performance di Dane DeHaan e straordinaria la rassomiglianza dell’attore, in diverse scene, con Leonardo DiCaprio) si ritrova ad investigare intrighi e presenze dal passato è un reticolato di geometrie che catturano le figure umane, un insieme di superfici riflettenti e deformanti, un susseguirsi di architetture che incorniciano ed imprigionano. Lavora sull’accumulo la mise-en-scène di Verbinski: dettagli e particolari riempiono la composizione interna delle inquadrature, la varietà dei suoni confluisce nella costruzione della suspense, la successione degli eventi stimola l’attenzione e il desiderio di intelligibilità. Ma è su questo ultimo punto che la sceneggiatura di Verbinski e Haythe (Revolutionary Road) paga dazio alla visionarietà: il film mescola i generi – un thriller? Un horror? Un film di denuncia sociale con venature noir? – ma genera confusione piuttosto che interesse; deborda nella lunghezza fino a diventare un tour de force visivo ed emotivo. Non bastano le atmosfere e le suggestioni alla Shutter Island per preservare la logica di una storia che finisce per avvolgersi su stessa, persa nel fascino labirintico di quelle “espressioni dell’apparire” che il film stesso critica ferocemente nella loro essenza di sovrastrutture sociali (il mondo della finanza e il sanitarium come metafore di un Sistema che controlla e de-umanizza). Una parabola tragica di un mondo – il nostro mondo – nel pieno del suo disfacimento: alla verità è sufficiente una direzione chiara per esprimersi. Il film di Verbinski, preservato l’uso efficace delle sue soluzioni stilistiche, avrebbe guadagnato molto da una scelta in tal senso.

La cura dal benessere [A Cure for Wellness, USA/Germania 2016] REGIA Gore Verbinski.
CAST Dane DeHaan, Jason Isaacs, Mia Goth, Celia Imrie, Ashok Mandanna.
SCENEGGIATURA Gore Verbinski, Justin Haythe. FOTOGRAFIA Bojan Bazelli. MUSICHE Benjamin Wallfisch.
Thriller/Drammatico/Horror, durata 146 minuti.

2 Comments

  1. Enric8 says:

    Concordo pienamente! Mi aveva così convinto la prima mezz’ora… poi diventa una specie di mystery noir fantasy e boh, perde tutto

  2. Yeah! says:

    è vero che ha lungaggini che alla fine pesano e che una ventina di minuti in meno avrebbero giovato, ma penso che nel complesso sia un film riuscito; sia per la bellezza pittorica di molte immagini, ma anche perché ha momenti decisamente inquietanti e, in fin dei conti e nonostante tutto, la tensione rimane fino alla fine

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