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La tartaruga rossa

sabato 1 aprile, 2017 | di Edoardo Peretti
La tartaruga rossa
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Imparare a nuotare
La tartaruga rossa racconta di un naufrago che si risveglia su un’isola completamente deserta, dove l’unica compagnia è quella di un gruppo di simpatici e incuriositi granchi; naturalmente lo sfortunato prova a scappare costruendo una zattera. I suoi tentativi di fuga vengono però vanificati da un’enorme tartaruga rossa, che presto si rivelerà essere tutt’altro.

L’incontro tra lo studio Ghibli, con Isao Takahata nella doppia veste di direttore artistico e di produttore, e la fertile animazione francofona ha prodotto un film che è e che lascia senza parole, e sul quale forse non vale la pena neanche scrivere troppo, tanto emoziona e affascina con apparenti essenzialità e semplicità. mediacritica_la_tartaruga_rossa_290Funziona quindi il mix tra la tradizione nipponica del celebre studio – evidente negli elementi fantastici e fiabeschi così come nella definizione dei volti e degli animali e nella precisione con cui sono disegnati i paesaggi fin nei minimi dettagli dei fili d’erba, dei riverberi nell’acqua e delle foglie – e quella europea rappresentata dai toni acquarello e dalla tendenza ad affidarsi all’evocazione, alla rarefazione e alla suggestione con l’obiettivo dell’effetto poetico e della tempesta emotiva che porta al consumo di kleenex. Due tradizioni che si uniscono e si completano per una vicenda, come detto, essenziale, nella “trama”, nella regia (predominio di campi lunghi che evidenziano il rapporto stretto tra personaggi e paesaggio) come nel tratto, ma capace di riassumere un’intera (nuova) esistenza, che metaforicamente richiama le varie fasi della vita di tutti noi, e di trasmettere una vasta gamma di sentimenti e sensazioni. Del resto in cabina di regia c’è il belga Michael Dudok De Wit, al suo esordio nel lungometraggio, ma con numerosi corti al suo attivo, alcuni dei quali capaci di riassumere in maniera poetica e suggestiva proprio l’intero percorso di una vita; soprattutto Father and Daughter (che potete vedere qui, ma vi consiglio di dare un’occhiata anche a The Monk and the Fish), Oscar nel 2001 e film che, folgorando Takahata e convincendolo a voler collaborare con l’autore belga, è in qualche modo all’origine de La tartaruga rossa. Con la semplicità apparente, con il procedere meditativo e placido, elemento sul quale si sente la mano del maestro giapponese, così come con la rarefazione ai limiti dello sperimentale dovuta all’assenza di dialoghi e al lavoro sul rapporto paesaggio/personaggi, The Red Turtle è capace di meravigliare con la pura bellezza di molte sequenze e di colpire corde emotive profonde. È, infine, anche un banco di prova superato per una certa animazione “evocativa” europea, perlopiù francofona, spesso incontrata in cortometraggi, ma raramente nei tempi del lungo.

La tartaruga rossa [La tortue rouge, Francia/Belgio/Giappone 2016] REGIA Michael Dudok De Wit.
SCENEGGIATURA Pascale Ferran, Michael Dudok De Wit. MONTAGGIO Céliné Kélépikis. MUSICHE Laurent Perez.
Animazione, durata 80 minuti.

La tartaruga rossa
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