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Masterclass Park Chan-wook

sabato 1 aprile, 2017 | di Michele Galardini
Masterclass Park Chan-wook
Festival
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15° Florence Korea Film Fest – Festival of Korean Cinema in Italy, 23 – 31 marzo 2017, Firenze

Credere al cinema
Tutti gli chiedono quale sia il suo regista di riferimento, sapendo già che la risposta sarà Alfred Hitchcock, e invece Park Chan-wook in apertura della Masterclass del Florence Korea Film Fest ha sorpreso tutti chiamando in causa La strada di Federico Fellini.

Perché forse, dopo 25 anni e 10 film, sente di dover offrire una prospettiva diversa ad un pubblico che, almeno in Italia, lo ha conosciuto grazie a Old Boy (2003) e lo ha continuato a seguire nelle sue peregrinazioni fantastiche dentro gli abissi dei generi. Non rinuncia a Hitchcock, sia ben chiaro, perché anche nell’ultimo The Handmaiden l’ectoplasma di Vertigo – che lui stesso definisce “il film del mediacritica_masterclass_park_chan_wook_290destino” − aleggia nelle stanze di un lussuoso palazzo, ma più come un macguffin utile a schiudere misteri che come omaggio consapevole.
“Il mistero è, per me, un elemento inevitabile – dice rispondendo a una domanda – e c’è in tutti i film, anche in quelli che non appartengono strettamente al genere. Ad esempio l’essere umano nasce ma non sa perché in un’epoca e in un luogo definiti. Allo stesso modo il protagonista di Old Boy non ha idea del perché sia stato imprigionato e nemmeno quando e se uscirà: è il mistero della vita. Per questo mi interessano i vampiri: perché gli esseri umani hanno paura della morte ma il vampiro la vince, così come Gesù che muore e rinasce, trascendendo la caducità”.
Il riferimento è a Thirst (2009) storia mai uscita in Italia di un prete che, rientrato da una missione in Africa, inizia a subire una serie di mutazioni, trasformandosi progressivamente in un vampiro. “Il film nasce da due elementi: da piccolo andavo spesso in chiesa e pensavo al fatto che il sacerdote invitasse a bere il vino come fosse sangue di Cristo; l’altro fattore è stato la volontà di realizzare un film su Teresa Raquin di Zola”.
Park Chan-wook non è abituato a sentirsi chiamare maestro e anche l’etichetta di “autore” gli sta un po’ stretta. Quindi, che fare? Il regista, un lavoro in via di estinzione ma ancora fondamentale per godere di un’esperienza che sia prima di tutto visiva.
Qualcuno gli fa notare che l’elastico è un elemento ricorrente nelle sue opere (I’m a Cyborg, but that’s ok e Three… Extremes almeno) e lui prima cade dalle nuvole (gli concediamo il beneficio del dubbio) e subito dopo risponde che “dopo i primi due film, che erano andati male, sentivo di avere un elastico legato alla vita: qualcosa che mi portava fino a un certo punto per poi tirarmi nuovamente indietro”. Gli crediamo, non possiamo fare altrimenti e ridiamo quando racconta di aver pensato la famosa scena di combattimento di Old Boy come sfida all’attore Choi Min-sik, al termine dell’ennesimo ciak eliminato: “vedevo che si era stufato di girare alla maniera classica e così gli ho detto che si poteva provare un unico piano-sequenza ma che dubitavo che avrebbe retto lo sforzo fisico. Gli attori vanno sfidati, sono molto orgogliosi”.
Vogliamo credere a tutto quello che ci dice Park Chan-wook, perché ha la tranquilla passione di chi, pur fingendo criptoamnesie, sa in ogni momento cosa sta facendo. A tutto possiamo credere, tranne al fatto che, dopo i flop dei primi due film e novello sposo, si sia mantenuto facendo il critico cinematografico. No Park, questa non ce la racconti.

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