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Afterthought

sabato 8 Luglio, 2017 | di Erasmo De Meo
Afterthought
Inediti
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Il suolo e la verità
C’era una volta il suolo, in ogni città, lì dove ora si ergono monumenti di calcestruzzo e fiumi di asfalto. C’era una volta la terra, l’erba e il loro odore, che portava con sé un’identità, un’appartenenza, un attaccamento fisico, per tutto ciò che attaccandosi alle scarpe ed ai vestiti si attaccava al cuore, alle idee, ai ricordi. Anche le prime strade in qualche modo erano rotte dal tempo e dalle radici degli alberi tenaci, dice Uri, uno dei due protagonisti, ma ora? Ora ogni passo d’uomo si appoggia sulle forme regolari, uniformi e senza tempo dei mattoni di marciapiedi in cui nessuno può riconoscersi e a cui nessuno può sentirsi legato, su superfici levigate, anonime, indifferenti.

Definire commedia Afterthought, il film presentato a Cannes nel 2015 dall’esordiente Elad Keidan, è riduttivo. Il suo formalismo e la sua profondità “senza superficie” plasmano un’opera grezza e rara. Eppure non è altro che una commedia, coi suoi protagonisti fallimentari, i loro espedienti e le loro trovate fulminee e strampalate. mediacritica_afterthought_290Uri e Moshe abitano ad Haifa, rispettivamente nella parte alta e nella parte bassa della città, collegate da lunghe scalinate interrotte da livelli abitativi, ciascuno con una sua storia e delle proprie caratteristiche. Nello stesso giorno entrambi si ritrovano a percorrere una scalinata, in direzione contraria, per raggiungere le estremità opposte al luogo in cui vivono, il primo per prendere una nave e lasciare il paese, il secondo alla ricerca di un orecchino che gli permetterà di riavere l’amore della sua amata. Il percorso assume per entrambi un valore simbolico di scoperta, di attraversamento del “fuori da sé”, di test sui propri limiti fisici e ideali. Essi stessi sono, in una città frammentata e divisa per ideologie e condizioni sociali come Haifa, simboli di due delle tante sfaccettature possibili. Uri e Moshe sono nomi biblici: il secondo non è altro che Mosè, colui che libera attraverso le acque, l’eroe della redenzione, della pazienza e del rispetto fiducioso; Uri è invece nominato due volte per due personaggi diversi, nell’Esodo e nel libro di Esdra, nel primo è il nipote di Mosè e anche lui partecipa all’esodo dall’Egitto, mentre nel secondo è un uomo che ha “strane mogli”. E l’Uri del film, considerata anche la sua etimologia di “illuminato”, “colui che in Dio trova la luce”, mescola tali origini essendo stato alunno di Moshe, essendo stato appena lasciato dalla sua ragazza per motivi contorti, strani, e avendo ricevuto, dopo aver perso la nave, una rivelazione sul suo vero futuro, sulla propria terra, alla ricerca del proprio suolo e della propria identità. Moshe invece arrivato in cima alla città scopre che la donna da cui credeva di essere amato ha un amante e che lui non entrerà mai nella terra promessa dell’amore ricambiato. Così le due storie, incrociate e intrecciate, mostrano quanto uscire dai propri confini sia prepararsi alla delusione, all’amarezza del disinganno, ma resti l’unico modo per far scintillare, anche se per un istante, la verità.

Afterthought [Hayored Lama’ala, Israele 2015] REGIA Elad Keidan.
CAST Itay Tiran, Uri Klauzner, Michaela Eshet, Ohad Shahar.
SCENEGGIATURA Elad Keidan. FOTOGRAFIA Yaron Scharf. MUSICHE Thierry Caroubi.
Commedia, durata 95 minuti.

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