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L’inganno

domenica 24 Settembre, 2017 | di Emanuele Rauco
L’inganno
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6
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La notte (molto) brava della soldatessa Sofia
Non c’è quasi mai il giorno pieno in L’inganno, il nuovo film di Sofia Coppola. Ci sono albe e crepuscoli e molte brume, ci sono i controluce, ma il sole non sembra mai brillare a pieno.

È il modo molto intelligente e cinematografico con cui la regista utilizza la splendida fotografia di Philippe LeSourd per raccontare una storia di animali e prigionieri, di schiavi bianchi come specchio della schiavitù africana alla base della Guerra di secessione americana. Guerra civile che è lo sfondo del romanzo di Thomas Cullinan da cui è tratto il filmmediacritica_l_inganno_290 (e il precedente La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel) e che racconta di un soldato nordista ferito gravemente il quale trova rifugio in un collegio femminile: la tensione politica con le ragazze ferventi sudiste si mescola con quella sessuale, il puritanesimo col desiderio. Una miscela che diventerà esplosiva. Coppola sceneggia un dramma sensuale vestito da film storico e thriller psicologico che attraverso l’utilizzo della luce e del colore racconta una storia stratificata, complessa, che racchiude temi e visioni di strettissima attualità. Guardando al romanzo più che a Siegel, prendendone la lettera ma rileggendone lo spirito, L’inganno è una miniatura degli Stati Uniti contemporanei raccontati attraverso conflitti ancestrali e irrisolti, che sono ancora al centro del discorso: la divisione di una società ancora razziale (e ironicamente la questione razziale non vede la presenza di neri a discutere) in cui i compartimenti stagni, le classi, le barriere ideologiche oggi più che mai rigurgitanti sono raccontate attraverso la forma, in cui i muri fisici che danno forma a mura intellettuali e culturali prendono le sembianze dei luoghi e degli spazi filmici del film. Perché Coppola torna in un certo senso al Giardino delle vergini suicide nei rapporti tra i personaggi, ma visualizza elementi che fanno parte di tutto il suo cinema: l’estraniamento dal mondo, la scelta più o meno consapevole di una vita autarchica in cui l’estraneo è un nemico o un pericolo o un enigma, nel migliore dei casi. È questa la schiavitù contemporanea ed esistenziale di cui parla L’inganno e Coppola, all’apice della tensione e compattezza formale, la mette in scena problematizzando una volta di più la questione di genere e di potere sessuale che è soprattutto una questione di sguardo: basterebbe vedere le traiettorie della regia nelle scene di gruppo per avere la certezza di una regista giunta a completa maturazione, che abbandona vezzi e manierismi per dare spessore ai propri momenti, alle proprie marche dando alla cura pittorica dell’immagine un’inquietudine sottile e persistente. In poche parole, il suo film più bello.

L’inganno [The Beguiled, USA 2017] REGIA Sofia Coppola.
CAST Nicole Kidman, Colin Farrell, Kirsten Dunst, Elle Fanning.
SCENEGGIATURA Sofia Coppola (tratta dal romanzo A Painted Devil di Thomas P. Cullinan). FOTOGRAFIA Philippe LeSourd. MUSICHE Phoenix, Laura Karpman.
Drammatico, durata 93 minuti.

6 Comments

  1. Generale Patton says:

    Finalmente! Dopo mille recensioni e opinioni assurdamente negative, un giudizio che parla dello stesso film che ho visto io!

  2. Ugo says:

    sono tutte vere le riflessioni che fai e i significati che cogli. Il problema della Coppola è che tutta questa innegabile base teorica del suo cinema non viene adeguatamente rielaborata, né stlisticamente, né come scrittura; rimane, come dire?, al livello dell’assunto di partenza. Non è una regista capace davvero di rielaborare in immagini con l’efficacia necessaria. rimane, come in questo caso, tutto a livello di un estetismo talvolta fine a se stesso, dell’equivoco per cui fare inquadrature belle e raffinate sia sinonimo di fare regia. Ora, L’Inganno non è un brutto film, ma penso ci sia, anche se un po’ meno che in altri casi, ancora questo grosso problema di fondo del cinema della Coppola

    • Moschio says:

      Quoto! E aggiungo che è un compitino ben fatto e niente più. Peccato perché io credo ancora nel cinema della Coppola, ma se continua a non voler approfondire le sue tematiche continuando a girarci intorno senza agggiungere altro alla fine imploderà. Peccato veramente, perché L’inganno è un buon film, ma nient’altro.

  3. Erasmo says:

    Si brucia in un finale troppo frettoloso, eppure son d’accordo con Emanuele, il controllo alla regia c’è e il film è solido. Non sono solo belle inquadrature e gli “estetismi” non li ho trovati mai gratuiti, manca sì il momento in cui il coinvolgimento diventa potenza, cinematografica o intellettuale che dir si voglia, ma credo pure che le aspettative alte, di fronte a ciascun film, tendano a sminuire i risultati.
    E poi, domanda sarcastica, chi può negare che grossa parte del bello del cinema sta nel bello delle immagini, siano esse funzionali o meno? Nel fenomeno Dunkirk tutte le immagini sono funzionali? Eppure riempiono metà della positività di chi esce felice dalla sala. E le sale stesse non sopravvivono perché permettono immagini migliori di un qualsiasi schermo casalingo, qualunque sia la pertinenza e la qualità artistica delle immagini?

    • Ugo says:

      è quello che dici tu; “manca il momento in cui il coinvolgimento diventa potenza”, che può essere considerata in vari modi, anche come potenza affabulatoria. è sacrosanto e innegabile che il bello del cinema stia nel bello delle immagini;non si scappa e va benissimo così. Sono un po’ meno d’accordo sul “siano funzionali o meno”; questo è decisivo. E, intendiamoci, con funzionali intendo anche opere che puntano tutto sul fascino estetico e lo estremizzano senza cercare particolari altre chiavi di lettura, metafore o significati.Però devi andare fino in fondo quando scegli questa strada, e ho trovato che ne L’Inganno non accada neanche questo. è una scappatoia, un modo per cercare una rielaborazione visiva potente che manca; e non mi riferisco ad un paio di sequenze estetizzanti di troppo, ma all’intero impianto stilistico del film. Poi è vero quello che dici, ma converrai che il fascino, per dire, di Melancholia è diverso da quello, sempre per dire, di un film senza infamia e senza lode ambientato nell’800 con natura ben fotografata, chiaroscuri nei boschi e tramonti; e in entrambi i casi ci sono belle immagini.

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