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Suburbicon

sabato 9 dicembre, 2017 | di Luca Giagnorio
Suburbicon
In sala
5
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La famiglia degli orrori
La paciosa e perbenista cittadina di Suburbicon, fittizia località di provincia nell’America anni ’50 popolata solo da famiglie bianche, viene turbata dall’arrivo di tre nuovi cittadini, i Meyers, apparentemente uguali a tutti gli altri abitanti, tranne un “piccolo” dettaglio: sono afroamericani.

La novità farà esplodere il razzismo latente della piccola comunità, totalmente ignara che il male è ben presente e radicato a Suburbicon, ma non si annida nella casa dei Meyers, bensì in quella – a un solo giardino di distanza – di una delle tante “perfect family” bianche: i Lodge. Le vicende, raccontate in parallelo, avranno entrambe un crescendo di violenza e follia, per comporre il tragicomico ritratto di un’America di provincia razzista,mediacrtica_suburbicon_290 ipocrita e avida. Suburbicon, il sesto film da regista di George Clooney è un riuscito connubio di generi (giallo, commedia nera, film di denuncia) e ha il suo punto di forza nella brillante sceneggiatura dei fratelli Coen (scritta originariamente nel 1986), capace di mettere alla berlina personaggi la cui abiezione è superata solo dall’inettitudine con la quale perseguono i loro scopi. All’interno di una storia che a tratti ricorda Fargo, pur se con un’ironia meno spiccata, Clooney mantiene il gusto per la dark comedy dei Coen, temperandolo con la sua anima politicamente corretta e socialmente impegnata riconoscibile nel continuo parallelismo (un po’ manicheo) tra la famiglia degli orrori dei Lodge e gli sfortunati Meyers, oltre che nell’ottimistica inquadratura finale, un augurio stridente anche nel rimando a ciò che accade negli Stati Uniti odierni. Clooney si conferma regista dal respiro classico, con uno stile invisibile al servizio di storia e personaggi, e costruisce la tensione gradualmente, fino al concitato finale nel quale abbondano sangue, colpi di scena e l’umorismo caustico e beffardo tipico dei Coen. Classicamente coeniana è anche la caratterizzazione dei personaggi, esseri umani ordinari eppure capaci, quasi loro malgrado, di ogni tipo di efferatezza. Azzeccate le scelte di cast, in cui spiccano ovviamente i due protagonisti, Matt Damon e Julianne Moore: il primo, da sempre incarnazione dell’uomo medio statunitense, si cimenta in uno dei rari ruoli negativi della lunga carriera, la seconda dà sfoggio di bravura nel dipingere le due gemelle Rose e Margaret, con il dettaglio hitchcockiano della capigliatura biondo platino, trait d’union feticista tra sorelle e “campanello d’allarme” (come direbbe l’investigatore assicurativo interpretato da Oscar Isaac) per l’immagine rassicurante di una famiglia dove i mostri sono veri e non si nascondono negli armadi o sotto i letti quando cala il buio.

Suburbicon [Id., USA 2017] REGIA George Clooney.
CAST Matt Damon, Julianne Moore, Oscar Isaac, Glenn Fleshler, Diane Dehn.
SCENEGGIATURA Joel Coen, Ethan Coen, George Clooney, Grant Heslov. FOTOGRAFIA Robert Elswit. MUSICHE Alexandre Desplat.
Drammatico/Commedia/Giallo, durata 104 minuti.

Suburbicon
3.4 13 67.69%

5 Comments

  1. Anonimo says:

    Mi è piaciuto, però c’è un però: questa volta Clooney ha dimenticato di essere in qualche modo “originale”. Mi sembrava di vedere una puntata, ben fatta, di Fargo, forse poteva caratterizzare meglio il contesto e renderlo più suo. Non so come spiegarmi ma alla fine sono rimasto con l’amaro in bocca per un film ben fatto ma poco coraggioso…io avrei spinto di più sulla vicenda dei nuovi vicini. Una denuncia tristemente e volutamente attuale che meriterebbe un film tutto suo.

  2. Edop says:

    Peccato per l’inquadratura finale

  3. Nolan says:

    grande film!

  4. Il proiettone says:

    Una bella merdolla

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