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Born to Be Blue

sabato 16 Dicembre, 2017 | di Marco Longo
Born to Be Blue
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Talento e stereotipi
Poteva essere un biopic profondo e sfaccettato, quello dedicato a un soggetto così controverso come il trombettista jazz Chet Baker. Born to Be Blue, nonostante e forse per colpa di un precedente scomodo e riuscito come il documentario di Bruce Weber Let’s Get Lost – Perdiamoci, non riesce nell’impresa di trovare il proprio sguardo, incapace di affrancarsi persino dalle proprie scelte di stile, che lo imprigionano e lo svuotano.

Il regista canadese Robert Budreau affronta la vita del leggendario musicista alla fine degli anni Sessanta, proprio nel momento della sua ricomparsa sulle scene a seguito del labirinto oscuro della tossicodipendenza (solo temporaneamente eluso), costruendo anzitutto su due diversi assi fotografici i piani temporali del passato e del presente.mediacritica_born_to_be_blue_290 Ma il bianco e nero utilizzato per raccontare gli antefatti è infelice e effettato, e divora quasi fastidiosamente il desiderio di perdersi nella messinscena, che certo non tace o censura l’orrore della droga e delle sue languide, disperate lusinghe. In questo lungometraggio troppo artefatto la vicenda si snoda tra la relazione di Baker con l’attrice e compagna Jane e l’inferno autistico della sua incapacità di rapportarsi al reale, sintomo sì del genio incontrastato che, quasi ossessivamente, filtrava il suo punto di vista sul mondo, ma al contempo ostacolo alla capacità di dare una forma stabile alla sua esistenza, con tutta una serie di ricadute nei difficili rapporti umani, in primis con i suoi familiari, che scandirono la sua comunicazione con la realtà. Narrativamente convenzionale è anche l’utilizzo di un episodio chiave della storia di Baker: l’aggressione (ancora poco chiara) che gli procurò la rottura dei denti anteriori, fondamentali per la sua professione, e che aggravò il rischio di non poterlo più vedere calcare i palcoscenici con la sua arte. L’unico merito del film è dunque tutto in mano alla performance di Ethan Hawke, che da grande interprete quale indubitabilmente si è dimostrato negli ultimi anni riesce a dare corpo non solo alle idiosincrasie soffocanti del personaggio, ma soprattutto al suo talento e alla passione che seppero tenerlo in vita, specialmente nella scena – la migliore del film – in cui Baker torna in studio di registrazione e, di fronte al pubblico che lo circonda in quell’occasione, regala una performance vocale di rara intensità. Peccato che le sfumature di cui Hawke è capace si perdano nel brodo un po’ piatto di una regia fondata sugli stereotipi del biopic musicale, quelli già intravisti in Ray e qui portati alle loro più bolse e autodistruttive conseguenze. Un’occasione sprecata per immergersi nell’immaginario di un grande artista del secolo scorso.

Born to Be Blue [id., Canada/USA/Gran Bretagna 2015] REGIA Robert Budreau.
CAST Ethan Hawke, Carmen Ejogo, Callum Keith Rennie, Stephen McHattie, Janet-Laine Green.
SCENEGGIATURA Robert Budreau. FOTOGRAFIA Steve Cosens. MUSICHE David Braid, Todor Kobakov, Steve London.
Biografico, durata 97 minuti.

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