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Un sogno chiamato Florida

sabato 24 Marzo, 2018 | di Juri Saitta
Un sogno chiamato Florida
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Il disagio americano a misura di bambino
Come suggerito da uno speciale apparso sull’ultimo numero di Film Tv, sono ormai molteplici i modi con cui il cinema statunitense rappresenta la parte più disagiata e profonda del Paese: vi è l’approccio sgradevole e grottesco di Harmony Korine (Gummo), quello evocativo e volutamente frammentario di Gus Van Sant (Elephant), quello legato al genere di William Friedkin (Killer Joe) e quello intimista e dolceamaro di Alexander Payne (Nebraska).

A questi si aggiunge ora anche la modalità più leggera ed edulcorata di Un sogno chiamato Florida di Sean Baker, film che racconta il sottoproletariato americano adottando il punto di vista spensierato e meno consapevole di alcuni bambini. mediacritica_un_sogno_chiato_florida_290Qui i protagonisti sono, infatti, dei ragazzini di circa nove anni che vivono nella zona più misera di Disney World trascorrendo le loro giornate a scorazzare per strada e a combinare diversi guai. Tra loro, la più vivace è indubbiamente Moonee, una bambina che abita in uno squallido motel insieme alla madre Harley, una ventenne irresponsabile che vive di espedienti e piccoli furti. Una situazione, quella appena descritta, sicuramente drammatica, ma che qui viene appunto raccontata con leggerezza grazie allo sguardo infantile dei ragazzini e a una fotografia dai colori sgargianti, in un film che mostra la parte più disperata degli States in modo “brioso” per raggiungere la più ampia fetta di pubblico possibile. E anche se potenzialmente lo stile quasi accattivante del lungometraggio rischia di non trasmettere in modo pregnante la desolazione della vicenda, in realtà l’operazione funziona. Merito soprattutto di un racconto in crescendo che fa emergere gradualmente tutta l’amarezza di fondo, inizialmente solo evocata, poi sempre più evidenziata da alcuni sviluppi narrativi.
Va in una direzione simile anche la regia, che tramite alcuni campi larghi sottolinea lo squallore e la bruttezza dei luoghi abitati dai personaggi: dalle pareti viola del motel al negozio a forma di arancia, gli ambienti del film sono palesemente di cattivo gusto e simboleggiano per questo la povertà non solo socioeconomica, ma anche culturale del contesto rappresentato. Tutto ciò in un lavoro che pecca forse di un finale un po’ furbo e di una prima parte che gira un po’ a vuoto, ma che ha sicuramente il merito di unire efficacemente leggerezza e desolazione, ironia e amarezza, e – soprattutto – di saper raggiungere in modo intelligente e non superficiale un pubblico più vasto e magari non ancora preparato alle opere aspre e disturbanti di un Van Sant o di un Korine.

Un sogno chiamato Florida [The Florida Project, USA 2017] REGIA Sean Baker.
CAST Brooklyn Kimberly Prince, Bria Vinaite, Willem Dafoe, Valeria Cotto, Christopher Rivera.
SCENEGGIATURA Sean Baker, Chris Bergoch. FOTOGRAFIA Alexis Zabé. MUSICHE Matthew Hearon-Smith.
Commedia/drammatico, durata 112 minuti.

2 Comments

  1. Mario bennu says:

    Belli, bello, bello! L’ho amato dall’inizio alla fine e la protagonista è bella e brava

  2. Dory says:

    Secondo me l’unica vera pecca del film è che dura una mezz’ora di troppo e che quindi ad un certo punto gira un po’ a vuoto; per il resto funziona, anche per come riesce a trovare una strada originale che lo distingua, come ha fatto notare il recensore, dai vari Korine, Van Sant and co senza essere meno efficace

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