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L’afroamericano nel cinema statunitense contemporaneo

sabato 29 settembre, 2018 | di Andrea Moschioni Fioretti
L’afroamericano nel cinema statunitense contemporaneo
Black America
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BLACK AMERICA
Fanatismi e pentimenti
C’era una volta la Nazione griffithiana in cui il razzismo imperava quasi giustificato. L’avevamo quasi dimenticata grazie al rinato entusiasmo dell’era Obama, in cui si è raccontato un paese che gridava una forte voglia di riscatto.

Adesso sembra essere tornati indietro; l’America deve fare i conti con le politiche trumpiane. Un qualunquismo e un’ignoranza dilagante che porta il popolo a non pensare con la propria mente, ma attraverso slogan e paure… che da oltreoceano arrivano fino a noi e alla nostra politica. mediacritica_cinema_afroamericano_290Il cinema come risponde? Sembrerebbe bene, dopo il rimprovero del #OscarSoWhite del 2016, nel 2017 viene incoronato come Miglior Film Moonlight e lo scorso anno Scappa – Get Out agguanta quattro nomination e vince per la Miglior Sceneggiatura Originale. Black Panther , e il suo sottotesto di auto ghettizzazione, è il film Marvel che ha incassato di più negli ultimi anni in Nord America, offrendo un supereroe/sovrano che rivendica il suo Paese e la sua autorità sul Mondo. Una rilettura della Storia americana che cerca di annientare il suprematismo bianco, originariamente affibbiato all’elettorato repubblicano, un mea culpa forse fallace e di superficie ma che ha spinto vecchie glorie ad avere una nuova rinascita creativa e a pentimenti tardivi. Viola Davis in una recente intervista si vergogna di aver interpretato The Help, Denzel Washington ritorna alla regia con Barriere e sfida il bianco Tom Cruise nell’action The Equalizer 2. Spike Lee dal canto suo, dopo la polemica nei confronti di Tarantino e le sue due ultime pellicole incentrate sul razzismo reputate poco rispettose, ritorna in pompa magna con BlacKkKlansman e la serie Netflix She’s Gotta Have It, esibendo un’indubbia autorità sull’argomento per riflettere sul rapporto che lega le etnie e deridere i nazionalismi fanatici. Nel suoi lavori il tema razziale è alla base delle trame e il suo taglio pop ha sdoganato alcuni stili di vita della comunità nera americana, senza nascondere anche le virate violente del Black Power e la dissolutezza dei sobborghi del Bronx. E grazie anche al suo “coraggio” autoriale dagli anni Novanta ad oggi è finalmente normale che autori, sceneggiatori, registi afroamericani giochino con i generi e gli ambienti una volta a loro negati: horror, drammi sociali, action e sempre più insistente è la notizia di uno 007 nero. Quindi un cinema popolare che vuole dialogare con il pubblico generalista assieme alle tematiche più ambigue e meno rassicuranti dell’underground e delle pellicole e serie tv indipendenti. La cosa che fa ancora riflettere è che si debba parlare di tutto ciò come se fosse un’anomalia o un fatto eclatante, non è semplicemente arte cinematografica. Sembra un discorso ipocrita ma il dibattito è arrivato anche da #Venezia75, dove tra i tanti film che parlavano di razzismo e violenze, un italiano trapiantato da anni in America ne ha costruito un manifesto: Roberto Minervini e il suo Che cosa fare quando il mondo è in fiamme? cinema etnografico che riflette sul concetto che non importa chi tu sia o cosa faccia, la cosa fondamentale è il colore della tua pelle che per molti è sbagliato.

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