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Ana, mon amour (2017)

sabato 26 Gennaio, 2019 | di Erasmo De Meo
Ana, mon amour (2017)
Europa 2000
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Il corpo e il pensiero
Il cinema fisico, il cinema viscerale, il cinema individuale di Cãlin Peter Netzer trovano in Ana, mon amour il protrarsi di un inseguimento virtuoso iniziato con Maria (2003) e maturato in Child’s Pose (2013), vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino 63: Netzer, protagonista e fautore del risveglio del cinema rumeno degli anni duemila, scava fin dentro le buie profondità dei suoi personaggi in cerca della sostanza più pura degli esseri umani e del nervo scoperto da toccare per svelarla.

Ritorna un personaggio femminile complesso e misterioso, Ana (Diana Cavallioti), che instaura rapporti di dipendenza, come fanno negli altri suoi film Cornelia e Maria, una dipendenza bidirezionale: quasi a dire che gli esseri umani si muovono sempre all’orlo della solitudine e l’unico modo per uscirne è creare legami di scambio, do ut des variamente camuffati ma inconfondibili. mediacritica_ana_mon_amour_290Ana qui si lega a Toma, studente come lei di letteratura e parimenti appassionato di filosofia. Entrambi investono sui loro interessi per distinguersi dalle famiglie di provenienza, ambedue piuttosto chiuse, disincantate, materiali. Nella stanza di Toma, presa in affitto in un fragoroso palazzo popolare, i due trovano un’isola slegata da tutto, dove nudi di vestiti e di bugie, dialogano per ore costruendo le loro idee. Ma Ana ha una stanza chiusa nel suo passato, c’è qualcosa di molto importante e anche di molto doloroso che non riesce, nonostante l’estrema confidenza, a confidare a Toma e ciò le causa instabilità, dolore e continue crisi di panico che, aggravandosi, le impediscono di condurre una vita pubblica serena. Toma la sostiene e la appoggia in ogni sua scelta, anche contro la forte opposizione dei genitori coi quali litiga aspramente pur di tenere saldo il legame con Ana. Una gravidanza improvvisa incrina però il loro rapporto: quel che prima era un equilibrio raggiunto con rinunce e compromessi, ora diviene un “commercio” tripolare di amore, un amore fatto a pezzetti e distribuito oculatamente che svela pian piano tutti i suoi dubbi e si scopre fragile di fronte alla vita dura e collettiva, la vita lontano dalla stanza-isola.
Una storia che di sé potrebbe dire poco – quanti amori giovanili sono finiti sullo schermo? – con gli occhi di Netzer si trasforma in un oggetto caleidoscopico, moltiplicato nel tempo e nei punti di vista: tutto coesiste, le motivazioni e il pudore di Ana, la dignità e il coraggio di Toma, anche i genitori di entrambi sembrano avere una fondata, seppur cinica, razionalità. E la coesistenza è coerente, anche laddove, come un corpo esploso, il film comincia a perdere l’unità di tempo e a viaggiare indifferentemente dal presente, al futuro, al passato, quasi che ai meccanismi della narrazione classica, a cui il film sembra attenersi in un primo momento, si sostituiscano i meccanismi del pensiero, quasi come se l’autore attraverso il cinema e il cinema attraverso l’autore cominciassero essi stessi a pensare. Come Toma va da un’analista per comprendere le sue scelte, così il cinema si mostra allo spettatore, con tutta la sua verità verosimile.

Ana, mon amour [id., Romania/Germania/Francia, 2017] REGIA Cãlin Peter Netzer.
CAST Diana Cavallioti, Mircea Postelnicu, Carmen Tanase, Adrian Titieni.
SCENEGGIATURA Iulia Lumânare, Cãlin Peter Netzer, Cezar Paul-Badescu. FOTOGRAFIA Andrei Butica.
Drammatico, 125 minuti.

Ana, mon amour (2017)
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